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Čechov alla Pergola: grazie Anton, ci hai mostrato le meschinità di oggi Spettacoli

Uno zio Vanja_ ph. Valeria Mottaran

Firenze – Nessuno vince nei giardini dello zio Vanja e neppure fra le mura disastrate del  teatro di una città italiana colpita dal terremoto. Così come non è diverso il grigiore dei desideri e delle occasioni mancate  in un società che ha perso entusiasmo e operosità di fronte a un destino di insoddisfazione che lei stessa si è creato. Del resto questo era il programma artistico del suo autore Anton Pavlovič  Čechov per uno dei suoi drammi più importanti: “Guardate, guardate come vivete male, in che maniera noiosa”.

Dunque nessun tradimento da parte di Vinicio Marchioni e Letizia Russo, rispettivamente regista e autrice dell’adattamento che viene presentato in questi giorni al Teatro della Pergola di Firenze in prima nazionale. Il testo è cambiato solo in ciò che serve per definire un contesto sociale e un ambiente fisico attualizzato a cui corrisponde perfettamente l’amarissimo finale delle due vittime principali del crudele gioco delle fragilità e dei meschini rapporti di forza: «Che fare? Bisogna vivere! Noi vivremo, Zio Vanja. Vivremo una lunga, una lunga sequela di giorni, di interminabili sere. Sopporteremo pazientemente le prove che ci manderà la sorte. Faticheremo per gli altri, adesso e in vecchiaia, senza conoscere tregua. E quando verrà la nostra ora, moriremo con rassegnazione e là, oltre la tomba, diremo che abbiamo patito, pianto, sofferto amarezza…».

“Uno Zio Vanja”, versione e interpretazione del grande classico del teatro mondiale, prodotto da Khora teatro con Fondazione Sistema della Toscana, rispetta l’originale in quanto come quello vuole essere uno specchio nel quale lo spettatore vede riflessa la miseria morale e la mediocrità nella quale è quotidianamente coinvolto. L’origine della sua più o meno cosciente infelicità. E come quello ricordargli che dipende solo da lui uscire dalla paralisi della rassegnazione.

Il dramma dell’inettitudine, dei fallimenti e delle aspirazioni deluse si è dunque ripetuto sul palco della Pergola grazie alla bravura degli otto attori guidati dallo Zio Vania Marchioni, con un moderno e convincente Astrov  (Francesco Montinari), un’Elena incapace di decidere fra l’amore e la comoda rispettabilità (Milena Mancini); una giovane Sonja perfetta nella freschezza che la spinge a tentare invano di tenere in piedi relazioni umane compromesse (Nina Torresi); un Magister –  Serebrijakov la cui incosciente crudeltà da anziano insensibile e narcisista è raccontata da Lorenzio Gioielli, così come la stessa crudeltà interessata di Marija madre di Vanja è espressa da Alessandra Costanzo; il rassegnato Telegin che cura le sue frustrazioni con la chitarra (Andrea Caimmi) e l’innocente e modesta balia (Nina Raia).

Molto bella la scena disegnata da Marta Crisolini Malatesta: da una larga breccia nella parete del teatro si mostra un grande albero a rappresentare il vecchio grande pioppo della tenuta di campagna nella Russia della fine dell’Ottocento.  Un gigantesco elegante tendaggio avvolge i protagonisti ma non li protegge. Anzi ne sottolinea per contrapposizione meschinità e sotterfugi.

Se “Uno Zio Vania” è spettacolo godibile e raccomandabile, rimane nello spettatore tuttavia il dubbio se quegli otto personaggi contemporanei non siano davvero alla ricerca di un autore. Se la richiesta di aiuto al dottor Čechov per esprimere i drammi della coscienza di oggi non sia anche un messaggio rivolto a un mondo così ricco di  sceneggiature e di serial televisive: cercasi autore teatrale che ci permetta, come ha fatto il drammaturgo russo ai suoi tempi, di mettere impietosamente allo specchio tutti noi infelici uomini del terzo millennio.

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