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Festa del Teatro di San Miniato, Don Milani vive Breaking news, Spettacoli

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Firenze – La storia di don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, il prete scomodo, l’autore di “L’obbedienza non è più una virtù” e di “Lettera a una professoressa”, i “libretti rossi” di chi il Sessantotto l’avrebbe abbracciato e vissuto anche sulla propria pelle, scorre come un album di famiglia, un diario pubblico, una cronaca vera, fogli sparsi di vita vissuta con doloroso eroismo, per quella che può essere letta come una autentica via crucis “professionale e spirituale”, nello spettacolo che ha chiuso la Festa del Teatro di San Miniato numero 71, imbastita dall’Istituto del dramma popolare: “Vangelo secondo Lorenzo”.

Scritto da Leo Musicato (che firma anche la regia) e Laura Perini, il testo e l’allestimento che ne deriva, frastagliano in un continuo alternarsi di sequenze di stampo squisitamente cinematografico, montaggio serrato e incalzante colonna sonora, la parabola umana di don Milani, il suo apprendistato vocazionale, il suo cammino nella Toscana operaia e contadina del dopoguerra da Calenzano a Barbiana, un itinerario senza macchia e senza paura, con pochi dubbi e molte incomprensioni, vissute sulle barricate di un metodo di apprendimento e insegnamento che rompeva con le regole della cattedra e apriva la pratica del laboratorio, del seminario, del collettivo. Istanze e tipologie di formazione politico culturale, prima ancora che educative, che sarebbero diventate riferimento primario nelle aule universitarie attraversate dal vento della contestazione studentesca. Nel suo essere punto di rottura, in anticipo sui tempi, come tutti i veri rivoluzionari rigoroso e severo fino allo stremo, senza mai cedere a compromessi, una moralità senza mediazioni, don Milani “il cattocomunista”, come fu sbrigativamente licenziato, dette vita al primo esperimento di scuola a tempo pieno, la Scuola Popolare che insegnava a battere la “classe”, a superare le disuguaglianze, a fornire uguali strumenti di lettura e interpretazione del mondo a chi per censo famiglia cultura era predestinato a restare indietro. Tutto questo formicolare di eventi piccoli e grandi (la figura della perpetua rimbalza dal focolare della canonica con piglio garibaldino da letteratura d’appendice, una bravissima Giuliana Colzi), questo parapiglia dialettico alto e basso, fra uffici vescovili e povere botteghe, si consuma con la malattia di don Lorenzo in una stagione ambigua e ribelle, foriera di impennate e ricadute, ordine e disordine. Sullo sfondo, la Firenze di Giorgio La Pira, di  padre Ernesto Balducci, del giudice Gian Paolo Meucci  (che di Milani fu fraterno amico e fitto corrispondente epistolare), una città di speranze, culla di un umanesimo futuro, pace solidarietà fratellanza, parole eversive in tempi di guerra fredda, qui assaporate con gusto epifanico globale.

Questa effervescenza di significati, di intrecci pubblico privato, di relazioni pericolose, di umanissime sofferenze, ruotante su una moralità senza mediazioni, perciò invisa e inattaccabile, smuove uno spettacolo corale, che intende educare, farsi testimonianza, dire per chi non sapesse chi era questo prete di estrazione borghese che voleva farsi “santo” (beninteso laico), un approccio didascalico che sottrae certi arrembaggi trasfiguranti e sfila pagina dopo pagina, con cronologico breviario, come un racconto radiofonico (certo in stereofonia), ruota attorno al protagonista Alex Cendron (il prete rigorosamente in abito talare), forte del gruppo dell’Arca Azzurra di Ugo Chiti (coproduttori insieme al Metastasio e a Elsinor), rinforzato da altre presenze attoriali e dai ragazzi di Barbiana, gli allievi, una banda di scatenati ragazzini che alla fine recitano se stessi. Come un po’ tutti quanti i partecipanti al rito, la comunità del teatro in fondo sempre in cerca di se stessa, senza sovrastrutture, nel segno di una immediatezza e spontaneità che solo qualche lungaggine, la troppa tosse del priore, l’acustica claudicante e il caldo che l’altra sera si respirava nella chiesa di san Francesco, rendevano meno fluida e docile. Don Lorenzo Milani moriva 50 anni fa a 44 anni. Di certo, così come lo abbiamo visto a teatro, è vivo e lotta insieme a noi.

Foto: http://www.drammapopolare.it/vangelo-secondo-lorenzo-2017.jsp, foto di Ilaria Costanzo.

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