I “Sei personaggi in cerca d’autore”: un dolore che divora | StampToscana
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I “Sei personaggi in cerca d’autore”: un dolore che divora Spettacoli

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Firenze - Con questa recensione di Alice Gavazzi, Stamp comincia una collaborazione con @unblogdiclasse, il gruppo Twitter il cui scopo è quello di provare a saldare il mondo della scuola con quello reale.

Platea gremita, luci forti e voci provenienti da ogni angolo del teatro.  Lentamente cala un silenzioso buio, preludio della rapida apertura del sipario.  Sul palcoscenico vuoto un macchinista inchioda assi per la scenografia del “Gioco delle parti” di Luigi Pirandello. Viene interrotto dal Direttore di scena: stanno per giungere il Capocomico e la compagnia. Hanno inizio le prove.  Il capocomico monitora ogni movimento dei suoi attori con maniacale e programmatica attenzione.

Gli attori individuano numerose modifiche da apportare al copione, convinti di riuscire a trasporvi una professionalità che rispecchia la loro vivace quanto dubbia e capricciosa personalità artistica. D’improvviso in sala entra l’usciere, seguito da sei personaggi, che, mestamente, percorrono dietro di lui il corridoio, giungendo sino ai piedi del palcoscenico. L’atmosfera si fa cupa, il sottofondo musicale assume toni gravi, bassi, velati di mistero.

Forte è la contrapposizione, evidenziata anche sotto il punto di vista cromatico, tra gli attori, con abiti bianchi, testimoni di una borghesia che, negli anni ’20, vedeva la propria figura alla ribalta nel palcoscenico della società, e i sei personaggi, vestiti di nero, pervasi da un silente lutto che li accompagnerà per tutta la rappresentazione.

I sei personaggi vanno cercando un autore in grado di rappresentare il dramma che pervade le loro menti, originatosi da un lutto e concretizzatosi nel dissidio interiore che sta corrodendo le loro anime, inesorabilmente. Un padre che continua a sorvegliare la famiglia, abbandonata per lasciare la moglie libera di dare inizio ad una nuova vita con un nuovo uomo, una madre, completamente sopraffatta da eventi di incontrollabile portata, che piange la morte del secondo marito.

Una figliastra dalla personalità dirompente, amplificata dalla necessità di vendere il proprio corpo, per sopperire alle mancanze della madre, a una donna eccentrica, spaventosa, Madama Pace, dal ridicolo accento altalenante tra l’italiano e lo spagnolo, e ai clienti del suo atelier, all’interno del quale, un giorno, tra lo stupore e il disgusto, trova proprio il padre. Un figlio, pervaso dall’acuto, inesprimibile dramma di una vita ed, infine, un ragazzo e una bambina, silenziose vittime di una realtà corrotta e infelice, che rimarranno vicino alla madre per tutta la rappresentazione, in silenzio, poiché, ormai, la loro anima non ha più voce.

Il capocomico, titubante, assiste alla rappresentazione della storia drammatica dei sei personaggi, tentando, poco dopo, di inscenarla con gli attori della compagnia. Il tentativo risulta inefficace, corrotto da una mera artificiosità, a cui la figliastra risponde con una fragorosa e stridente risata. I personaggi, travolti dal dolore generatosi col vivere il loro dramma per la seconda volta, proseguono nella rappresentazione, spostandosi dall’atelier al giardino della famiglia, dove la bambina muore affogata nello stagno, sotto gli occhi spiritati del ragazzo che, dopo poco, impugna una rivoltella e mette fine alla sua vita.

La disgrazia si consuma in un’atmosfera notturna, non è più il mondo del sole. Il buio rappresenta il momento più alto, puro, terribile del dolore. Il teatro si fa buio, il capocomico, gli attori e i personaggi escono di scena. Una luce verde proietta le sagome di quattro personaggi sul palcoscenico vuoto. La ragazza fugge attraverso il corridoio, non si ferma che due volte, per osservare le restanti tre sagome, simbolo di un capitolo della sua vita ormai concluso. Dalla sua gola si leva una stridente e inquietante risata.

Il dolore è finito, scomparso. È quiete. La continua, incessante enfasi sulla perfetta illusione, professionale finzione proposta dagli attori, va contrapponendosi al puro, travolgente dolore dei personaggi e si concretizza in una riflessione meta-teatrale riguardo la natura umana, osservata da un duplice, antitetico punto di vista. Così, il dramma si fa vita e ne riproduce gli aspetti più oscuri, celati dal velo di dignità che ogni giorno l’uomo indossa, per non sentirsi nudo, per timore del giudizio. La quiete giunge solo nel momento in cui la realtà umana osserva la rappresentazione del proprio dolore, mostro ctonio che, se inespresso, corrode l’anima dalle fondamenta, la osserva mentre, inesorabilmente, si disgrega e perde forma, consistenza, luce, vita. Lo costringe ad arrendersi.

Per questo l’uomo, costantemente, ricerca un autore che dia vita e corpo al suo dolore, percependo, talvolta, la propria esistenza come insignificante, all’interno del cosmo. Gabriele Lavia, sulle parole di Pirandello, dà voce all’anima di una storia senza tempo, obbligata a cercare una via d’uscita da un mondo opprimente e giudicante, che lo costringe a proporre un’immagine di sé artificiosa e finta, che nelle lacrime sorride, nutrendo una creatura che lo divora.

Per paura di mostrare il suo volto, l’uomo si fa maschera. E si annienta.

 

Sei Personaggi in Cerca d’Autore 

di Luigi Pirandello

regia Gabriele Lavia

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