Maggio: Dafne di Marco da Gagliano nella Grotta del Buontalenti | StampToscana
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Maggio: Dafne di Marco da Gagliano nella Grotta del Buontalenti Spettacoli

Firemze – È la penultima opera in programma all’LXXXI Maggio Musicale, la prima (ed unica) del 2018 ad essere rappresentata all’esterno. Lunedì 25 giugno alle 21:15 (repliche 27 e 29 giugno ore 21:15) va in scena  – nella suggestiva Grotta del Buontalenti del Giardino di Boboli – La Dafne, opera di Marco da Gagliano che vede sul podio il maestro Federico Maria Sardelli e Gianmaria Aliverta nel ruolo di regista. Con La Dafne (organizzata in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi – Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo), il Maggio inizia un nuovo percorso di proposta conoscitiva dedicato all’opera fiorentina.

Un repertorio storicamente importante che non può non trovare nei luoghi e nella città dove è nato una sua nuova indagine e riproposizione. Si comincia con la La Dafne, composta da Marco da Gagliano nel 1608 su libretto di Ottavio Rinuccini, che rappresenta uno dei vertici di questo importante compositore ed uno dei maggiori esempi del nuovo stile del recitar cantando e dell’iniziale opera in musica, immaginato da Aliverta, in questo nuovo allestimento del Maggio, come fusione tra passato, presente e futuro.

Nel 1608 alla corte di Mantova fervono i preparativi per le nozze di Francesco Gonzaga e Margherita di Savoia e i musicisti più valenti del tempo sono chiamati a contribuire con la loro arte agli imminenti e sontuosi festeggiamenti. Claudio Monteverdi compone per l’occasione la sua Arianna, purtroppo andata perduta, mentre il fiorentino Marco da Gagliano, compositore dell’entourage della Corte de’ Bardi, si presenta a Mantova con La Dafne, opera composta sul noto testo letterario di Ottavio Rinuccini, già messo in musica a Firenze nel 1598 dai colleghi Jacopo Corsi e Jacopo Peri. L’opera è basata sul celebre mito della ninfa Dafne, trasformata in pianta di alloro per sfuggire alle brame amorose di Apollo.

Nella prefazione all’edizione a stampa della partitura, Gagliano affronta il problema del rapporto tra poesia e musica, priorità assoluta per i musicisti della cerchia fiorentina, e della pratica degli abbellimenti. Pur seguendo lo stile del recitar cantando, innovazione musicale del tempo che sta all’origine del melodramma, Gagliano adotta una scrittura più fiorita, che non disdegna episodi corali polifonici e l’uso di madrigalismi, come ad esempio nell’elaborato lamento di Apollo alla fine dell’opera “Non si curi la mia pianta o fiamma o gelo”.

“Siamo agli albori dell’opera, ossia quel “dramma per musica” destinato a diventare la forma di spettacolo più importante e diffusa: un filo che unisce Peri a Puccini e percorre ininterrotto più di tre secoli di rappresentazioni in cui poesia, musica, pittura, scultura, danza e costume si fondono in un’unità inscindibile – dice il maestro Federico Maria Sardelli -. Poi è venuto il cinema, che ha inesorabilmente strappato all’opera il primato di possente rappresentatrice delle passioni e delle vicende umane. Ma torniamo agli esordi di un genere che agli uomini del primo Seicento appariva nuovo e dirompente, veicolo di stupore ed emozioni mai espresse così intensamente: il canto che si libera dalle geometrie della scrittura polifonica per restare nudo, accompagnato dal solo basso continuo, rendendosi quindi libero di esprimere tutti gli “affetti” contenuti nel testo poetico”.



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