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Pergola: Cita a Ciegas, caso e fatalità di vite vissute in mondi paralleli Spettacoli

Cita a ciegas - Gioele Dix_ ph. Luca Del Pia

Firenze - Apparentemente non c’è niente da scoprire. Tutto è in ordine. Tranquillo. Un uomo, elegantemente vestito di bianco, signorilmente curioso, se ne sta seduto sulla panchina di un parco. Ha tempo da vendere. Per meditate, riflettere, comunicare. E’ anziano. Ma non è una questione di età. Di certo ha vissuto molte vite. E come l’ago di una bussola, ora nell’ora della siesta della vita che sconfina nella solitudine e in una calma dose di rimpianto, le fa rivivere agli altri.

Lo diremmo un “uomo calamita”. Una scintilla che accende il fuoco e un soffio lo alimenta. L’uomo è cieco. E’ diventato cieco. Già ne ha viste tante che bastano e avanzano. Ma non è una questione di occhio. Tutto quello che circola fuori, le persone che incontra, le loro storie, le inquietudini, le paure, i desideri, tutto gli gira dentro. Tutto è già vissuto da qualche altra parte. In un mondo parallelo. Che sia un guru? Più semplicemente è uno scrittore. Un famoso scrittore che ama Flaubert.

E siccome siamo a Buenos Aires, e lo scrittore è cieco, e le storie che snida e solfeggia lambiscono il labirinto, il mistero, l’alfa e l’omega, non possiamo non pensare a Borges. Si consuma come una ronde di destini incrociati, di intrecci sentimentali e interferenze dettate dal caso, questo Cita a ciegas (Appuntamento al buio), il testo più celebre del drammaturgo argentino Mario Diament, una produzione Teatro Franco Parenti e Teatro della Toscana, per la regia di André Ruth Shammah (suoi anche traduzione e adattamento), che per la prima volta viene rappresentato in Italia.

A tessere inconsapevolmente (ma sarà vero?) le fila di questa trama, una ribalta e un dietro le quinte, un mosaico dove l’apparenza gioca a rimpiattino con la verità, dove tutto è necessario come anello di congiunzione ma niente è importante come leva di conseguenze, è lo scrittore che detiene le chiavi della giostra, un Gioele Dix, bastone borsalino panciotto, dal fascino lunare, docile e imponente, che ci ricorda Gianrico Tedeschi e ci richiama l’ultimo Giuliano Montaldo, premiato al cinema col David di Donatello.

Un marito, una moglie, una ragazza, una madre, una amante, una fragranza di giovinezza vissuta un attimo sul métro di Parigi, un lavoro, la perdita del lavoro, il travestimento, la menzogna, l’attesa, un disperato bisogno di cambiare rotta alla vita, la fuga, perdersi e ritrovarsi, svelarsi, nascondersi, deragliare, inseguire, sperare, la ricerca della felicità e l’inganno della felicità, la fatalità che non perdona e la tragedia che serpeggia dietro l’ironia: Diament mette a segno le sue mosse con disinvoltura e tenerezza, ama i suoi personaggi e le loro traiettorie instabili, tutti un po’ esuli e disorientati, come lui, figlio di un paese confuso e in cerca di identità, una geografia dove tutto può essere vero e tutto può essere falso, legittimato solo dalle leggi del teatro e dalle regole della finzione.

Il grande tessitore ha una sensibilità in più e sa giocare d’anticipo. La cecità è il suo cavallo di Troia. Lo seguiamo un po’ rapiti. Come le sue pedine che su quella panchina al tramonto nel parco assaporano il fruscio del lettino dello psicanalista. Laura Marinoni, Elia Schilton, Sara Bertelà e Roberta Lanave assecondano alla giusta temperatura lo scarto fra immaginazione e realtà nell’allestimento scenico di Gian Maurizio Fercioni, egregiamente vestiti da Nicoletta Ceccolini (luci di Camilla Piccioni, musiche di Michele Tadini). Ancora fino a domani alla Pergola.

Foto: Credits, Luca Del Pia

 

 

 

 

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