Pergola: Danton di Buechner, la giostra della vita e della morte | StampToscana
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Pergola: Danton di Buechner, la giostra della vita e della morte Spettacoli

Morte di Danton - G. Battiston, P. Pierobon_ ph. Mario Spada

Firenze – I sipari sono rossi. Solennità della messinscena, rosso cardinale, rito inquisitorio, e paradigma ematico, sangue vivo che cola e scorre. Del resto è tempo di Rivoluzione.  La ghigliottina è al lavoro, indefessa, inarrestabile, e quel chiudersi e aprirsi di scatto come parabole del palcoscenico accompagnato (sottolineato) da uno stridio di ferraglia calante e sibilante, inevitabilmente la richiama col suo abuso di morte e terrore.

Sfruttando il potenziale della “frattura”, spazi e ambienti, pubblici e privati, che si creano e disfanno in tempo reale, e giocando sulla estensione della sala, cubo di nascondigli e apparizioni, piazza d’arme e anfiteatro tribunalizio, Mario Martone costruisce un Danton magniloquente e semplicissimo, come quadri di un’esposizione che si parlano l’un l’altro, respirano a fisarmonica e dialogano con lo spettatore.

Che la storia la sa, o almeno sa come è andata a finire, ma non può alla fine non appassionarsi al “contesto”, alla verità dello scontro che in quegli anni di regicidio e tracimazione dialettica anni bruciò credibilità e risorse intellettuali ai suoi principali protagonisti, Danton e Robespierre.

Siamo fino a domenica alla Pergola di Firenze dove fa tappa, per la ripresa di primavera, la pluripremiata produzione dello Stabile di Torino sul testo di Georg Buechner (La morte di Danton), spettacolo che rappresenta una vera eccezione nel panorama produttivo sempre più minimalista del teatro italiano dei giorni nostri.

Perché alla fine fra attori e tecnici, prime e seconde parti, di persone in scena e dietro le quinte, se ne contano quasi quaranta. Un boom. E a guidarli sono due mattatori, ciascuno a suo modo insuperabile, Giuseppe Battiston, veemente esplosivo Danton, Paolo Pierobon, lucido sulfureo Robespierre.

La natura del piacere dominata dal senso della morte l’uno, l’autodistruttiva coerenza della ragione l’altro. Martone riallaccia le cinture della disfatta ideale, delle illusioni perdute, dei giovani favolosi crocifissi dalla storia (quando non direttamente ghigliottinati) come san sebastiani votati al fallimento, un impetuoso fiume carsico attraversato negli ultimi lavori.

Buechner in fondo era uno di loro. Un predestinato. Un ribelle. Danton lo scrisse nel 1835, mentre cercava di sfuggire all’arresto per una rivolta preparata in Assia. Aveva ventun anni, grandi sogni e ideali. Sarebbe morto di tifo due anni dopo. La giovinezza non lascia strascichi. Se non per chi ci si cimenta. Buechner è complice dei teatranti. E Woyzek un paradigma cosmologico. Danton è più complesso, impegnativo, dunque poco visibile nella sua interezza (come fa Martone).

Parliamo di affresco? Anche. Di coralità? Certo. Ma soprattutto di campo e controcampo. Montaggio rapido. Una sequenza tira l’altro. La voce dell’uno e la risposta dell’altro. Perché tutto gira su di loro. Loro è la giostra della vita e della morte. Loro è la clessidra del tempo che non ha tempo di pensare. Loro è la smania di attribuirsi i meriti che il futuro gli negherà. Ora riflettere sulle derive dei giorni nostri è inevitabile esercizio.

Ma il teatro, almeno questo di Martone, offre di più. Cementa l’eleganza del rito, trasmette il cromatismo dei fondali da Boucher a David, eleva la messinscena a villaggio globale. Complici le luci positiviste di Pasquale Mari e contributi maschili di Paolo Graziosi (Thomas Payne), Fausto Cabra (Saint-Just), Denis Fasolo (Camille Desmoulins). Le “madri” della rivoluzione sono Beatrice Vecchioni, Iaia Forte, Irene Petris. Si replica fino a domenica.

 

 

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