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Pergola: Vetri Rotti di Miller, parabola del fallimento esistenziale Spettacoli

Vetri Rotti 2 - foto Mario D'Angelo

Firenze – C’è alla base una indecifrabile idea di paura, più che la dispersione di una identità da riconquistare, nei Vetri rotti di Arthur Miller, in programma fino a domenica alla Pergola, protagonisti Elena Sofia Ricci, GianMarco Tognazzi e Maurizio Donadoni per la regia di Armando Pugliese.

La minaccia alla nostra vita, amori affetti lavoro famiglia amici relazioni sociali e circuiti comunitari, è dettata più dal disordine interno, il male oscuro che ci portiamo addosso come una scimmia insolente, che dalle manovre, anche terrificanti, che il destino ciecamente organizza attorno a noi. Se poi la condanna è quella di essere “ebrei” in un mondo di “gentili” il disagio si aggrava fino a diventare insostenibile. Fino a perdere l’uso delle gambe.

Paralisi fisica, blocco creativo, immobilismo storico? Miller ci proietta un po’ tutto dentro questo dramma della infelicità domestica e del fallimento esistenziale (anche economico) che inutilmente si specchia in un sogno americano ormai andato in frantumi, dove, superando l’oceano, da Berlino a New York, giunge l’eco sinistra delle persecuzioni inflitte dai nazisti ai giudei.

E’ l’onda sorda della Kristallnacht (La notte dei cristalli) del novembre 1938. Un “evento” che di lì a poco travolgerà tutto e tutti e che riverbera le sue schegge acuminate su Sylvia Gellburg, casalinga, ebrea, una casa a Brooklyn, un marito perduto, un groviglio di pulsioni irrisolte e pulsazioni distorte, che finisce su una sedia rotelle, le gambe che non ne vogliono sapere di stare in piedi, di continuare a fare il loro mestiere.

La “ribellione” di Sylvia innesca una cascata di sensi (anche in direzione scopertamente sessuale: l’erotismo una ossessione svanita che d’improvviso risorge fra le sue gambe appassite) che diventa una seduta psicanalitica, un faccia a faccia di penetrante allarmismo, lei, il marito, l’amico dottore, ciascuno ha l’obbligo di dire la “verità”. Ancorché scomoda e fallimentare.

Miller scava con una certa macchinosa fatica (Vetri rotti appartiene all’ultima stagione del drammaturgo, debuttò al Long Wharf Theatre di New Haven il primo marzo 1994) in questo obitorio dell’esistenza che lo scenografo Andrea Taddei fa scorrere su una pedana semplice e funzionale che si apre e socchiude sulle pareti dello “studio” medico, camera o ufficio che sia, dove alla fine trionfa, golgota monumentale, il letto della deposizione: l’uomo muore la donna risorge, e niente sarà più come prima, dentro e fuori.

Il lavorio psichico è manovra sottile, in equilibrio scivoloso. L’impatto qui suggerisce piuttosto un naturalismo efficace, l’incastro della quotidiana imperfezione e dei rumori che vengono dall’esterno col rigoroso effetto trauma delle scene madri, che scandiscono il tempo della coscienza e l’impossibilità della conoscenza. La depressione, il risentimento, la paura, l’angoscia, la sofferenza, la frustrazione, l’inquietudine non hanno anestesia.

Se ne fanno carico, con lucida convinzione, implacabile determinazione e acuminato spessore drammatico, le tre pedine dello scacchiere milleriano: la moglie Elena Sofia Ricci, il marito Maurizio Donadoni, il dottore GianMarco Tognazzi. Tutti in cerca di un ultimo approdo. Lo spettacolo è prodotto da Roberto Toni per ErreTiTeatro.

 

 

 

 

 

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