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Nuovi poveri, “Per pagare un mese d’affitto, mi servono due mesi di lavoro” Breaking news, Cronaca

precari lavoratori poveri, abbandono desolazione

Firenze – Lavoratori poveri. Così poveri che non possono neppure assicurarsi un tetto sulla testa. Perché, come spiega Massimo, protagonista di questa storia, “per pagare un mese d’affitto, mi servono due mesi di lavoro”. Senza contare ovviamente le bollette e anche il vivere quotidiano, mangiare ad esempio. Vestirsi. Il resto, vale a dire la cultura, Massimo ce l’ha. Anche troppa, direbbe qualcuno. Ciò che Massimo non ha è principalmente un tetto (quello di ora rischia di perderlo per morosità, nonostante la pazienza del proprietario cui è molto grato, ma il debito arriva ormai a duemila euro) e un lavoro. Meglio, un lavoro pagato decentemente. Non un part-time (290 euro circa l’ultimo stipendio) che viene bruciato dalla necessità di vivere. E magari, ogni tanto, da quella di corrispondere qualcosa anche al proprietario, ridotto a dover assolvere a un ruolo di assistenza cui dovrebbe essere tenuta, in primo luogo, l’istituzione pubblica.

Cominciando da capo, Massimo ha respirato l’aria insieme alla cultura. Cittadino italiano di nascita, poco sopra ai quarant’anni, madre e nonna di origine russa, entrambe docenti universitarie. Laureato in scienze politiche, ha recentemente acquisito un diploma di programmatore, facendo così dell’informatica (“il mio passatempo”, dice) un vero lavoro. Peccato che il mercato sia complesso, la concorrenza spietata,  e l’unico lavoro prospettatogli concretamente sia questo part-time, per di più in scadenza a novembre. E non si sa, visto il calo di lavoro cui sta di nuovo andando incontro il settore, se verrà rinnovato. Così a precarietà si unisce precarietà: di lavoro, di casa … di vita.

La situazione ha cominciato a deteriorarsi intorno al 2008, anno della crisi. La madre aveva rinunciato a un incarico universitario a Bari, per l’incompatibilità fra il lavoro universitario e la necessità di risiedere in Toscana. Insomma, andare su e giù per la penisola, con le note restrizioni alla mobilità che si subiscono al Sud, diveniva dispendioso da un lato, e troppo faticoso e paralizzante per la sua attività dall’altro.  Così, aveva deciso di dedicarsi alle traduzioni, insieme a Massimo, che nel frattempo si stava laureando. Avevano lavorato presso grosse ditte, la Longinotti per fare un esempio, ma la crisi che ha spazzato il mondo si portò via anche il lavoro. “I contratti diradarono – ricorda Massimo – fino a ridursi del tutto”. Già con ciò che era rimasto, non erano più a livello di atutosufficenza. Per fortuna c’era la nonna che godeva della pensione di docente universitaria e che per un certo periodo fece da paracadute.

Sì, ma le cose finiscono e cominciarono a declinare con velocità impressionante alla morte della nonna. Venuto meno quell’aiuto i due si ritrovano soli, senza casa e lavoro. Subiscono lo sfratto, cercano aiuto dal Comune. Massimo si presenta agli uffici dopo dieci giorni in cui dorme in macchina, con la madre, nei sedili davanti, con due cani e dietro i pacchi che costituivano tutta la loro ricchezza. E’ ridotto a uno scheletro, e nella richiesta per la casa popolare fa annotare che si trova in condizioni di emergenza assoluta: senza casa, con una madre anziana a carico. Lo escludono dalla graduatoria. Regole implacabili: pur essendo cittadini italiani, avendo risieduto sempre in Toscana, il Comune di Firenze chiede cinque anni di residenza continuativa sul territorio comunale per potere accedere alle graduatorie, vale a dire, per accettare la domanda di casa popolare. In più figura anche che il richiedente “non indica l’occupazione lavorativa”. Ma se lavorava, forse, poteva pagarsi casa …

… e invece no. “Pensavo che se avessi trovato un lavoro le cose sarebbero andate meglio – racconta intanto Massimo – invece mi ritrovo punto e a capo: un lavoro non bastevole che non so neppure se mi rinnoveranno, una casa che solo per il buon cuore del proprietario per ora ancora “godiamo”. Ma per quanto, se non riesco almeno a saldare qualcosa?”.

Una speranza, forte, Massimo la riponeva nell’intervento dell’assistente sociale. Infatti, già in passato aveva ricevuto un piccolo contributo “una tantum” dal Comune di Firenze, vale a dire quelle che dovevano essere circa trecento euro e si sono rivelate poco più di duecento. Ovviamente, girate immediatamente al proprietario. Ma sempre attraverso l’assistente sociale, Massimo può rientrare in un altro piccolo contributo. Che doveva espletare i suoi effetti verso luglio, o agosto. Invece, per questioni di disguidi legati anche alle ferie (del tutto legittime, ci tiene a precisare) dell’assistente stessa, viene spostato di nuovo. Ora si dovrebbe andare ad ottobre. Ma a quanto ammonterà il contributo, ad ora, non si sa.

Ma i contributi affitto? “Sarebbero un grosso sollievo – dice Massimo – ma c’è un grandissimo sbarramento, che per ottenere aiuti continuativi pubblici, è necessario avere residenza continuativa di almeno due anni sul territorio comunale (per le case popolari 5, ndr) e noi “compiamo gli anni” nel dicembre prossimo, il 14 dicembre, per la precisione”.

Benissimo, ma fino ad allora? “Non so cosa fare – dice ancora il protagonista di questa storia – ad ora, mi sono ritrovato nel dilemma se pagare le bollette o la casa. Siamo giunti alla conclusione, io e mia madre che ho chiaramente in carico, che è meglio intanto consegnare sia pure piccole cifre al mantenimento della casa. Così, ci hanno staccato il gas, pago la luce, l’acqua è in forse. Abbiamo deciso con mia madre che si può vivere senza gas e magari anche senza luce, ma il tetto sotto cui dormire è necessario”. Eppure, nonostante gli sforzi, anch’esso (il tetto), rimane precario.

Tuttavia, qualcuno dirà, la madre, che ha lavorato presso l’Università, potrebbe richiedere la pensione. Rivoltasi all’Inps, si sente rispondere che ha troppo pochi anni di contributi, 16 invece di venti, e che ancora non giunge all’età, avendo sessantacinque anni. Bisogna aspettare. E forse, le dicono dall’Inps, “non l’avrà mai”. “Eppure – conclude Massimo – siamo cittadini italiani, possibile che il nostro Paese non faccia nulla per i suoi cittadini in difficoltà?”.

“Basterebbe pochissimo – commenta la consigliera dei 5Stelle, Silvia Noferi, che si è fatta carico, insieme ad altri attivisti della zona, della storia di Massimo e sua madre tanto da aiutarli a trovare casa, a pagare la caparra, ad assisterli per il trasloco, e via di questo passo – per rimetterli “in carreggiata”. Noi non possiamo più espletare questo ruolo di aiuto, anche perché è il Comune che deve pensare a Massimo a sua madre. A due cittadini che vengono lasciati soli”.

“Un tempo ero convinto – sottolinea di nuovo Massimo -  che trovando il lavoro, avrei potuto risolvere molte cose se non tutte. Ma ora vedo che tutto rimane uguale. Perfettamente uguale. Il problema più grosso è l’alloggio. Senza l’affitto, potevo anche riuscire ad andare avanti…..”.

 

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