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Paolo Tesi: “La crisi del sindacato? Il peccato originale è aver perso l’anima” Breaking news, Cronaca, Opinion leader

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Firenze - La provocazione di Luigi di Maio circa i sindacati in Italia, che, com’è noto, “o si auto riformano” o ci penseranno i 5 Stelle, è occasione per l’ex-sindacalista Paolo Tesi, una vita trascorsa nella Cisl in cui ha ricoperto posizioni apicali, per poi approdare al Cnel da dove si è dimesso “visto lo svuotamento totale cui è andato incontro l’istituto”, per formulare una riflessione critica che coinvolge l’istituzione sindacato ad ampio raggio.

Partiamo dalla provocazione dell’onorevole Di Maio: cosa ne pensa?

“Obiettivamente, non si può accettare che un candidato alla Presidenza del Consiglio dica ai sindacati “O si auto riformano, o ci pensiamo noi”. Si tratta di una posizione inaccettabile, dal momento che va ad aggredire la libertà e autonomia di soggetti che hanno svolto e svolgono il ruolo non solo di tutela dei lavoratori, ma anche di baluardo della democrazia, pur con tutti gli sbagli che in questi anni possono essere stati fatti. Voglio ricordare che negli anni del terrorismo in Italia, il sindacato, con la sua organizzazione, ha svolto un ruolo di presidio della democrazia che ha riempito il vuoto dei partiti”.

Allora il sindacato non ha mai sbagliato? 

“Sì, il sindacato ha sbagliato, in particolare quando si è fatto sfuggire il treno della storia, rinchiudendosi a riccio sulla sola, esclusiva tutela degli associati e dei già tutelati. La natura del sindacalismo italiano è stata sempre quella di una forza sociale che fa anche politica. Se si chiude su se stesso, occupandosi solo dei tutelati, perde la sua natura, rimanendo piano piano isolato, e venendo a poco a poco percepito come una casta”

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Ci sono segnali, secondo lei,  che la lezione sia stata capita? 

“Alcuni segnali di tale “risveglio” sembrano provenire dal settore del sindacato industriale, vale a dire laddove è più impellente la necessità che la forza sindacale misuri la sua coerenza fra mission e tutele effettive”.

Anche se proprio il settore industriale è quello che s’avvia alla rivoluzione più incerta, vale a dire quella tecnologica? E per quanto riguarda lo sterminato settore dei servizi, dove le tutele sembrano ormai optional? 

“Credo che i sindacati siano ben consapevoli della sfida che viene loro posta, e che viene posta a tutto il mondo del lavoro, con la cosiddetta rivoluzione 4.0, ma è proprio per questo che continuo a ritenere che la validità e la sopravvivenza del sindacato si misurerà in tutta la sua forza proprio nel settore industriale, che rimane secondo me il settore cardine dei rapporti di lavoro e della loro equità. Per quanto riguarda la tutela dei diritti dei lavoratori nella grande “prateria” dei servizi, dove esistono i maggiori sfruttamenti del lavoro, mascherati da cooperative più o meno sociali, qui il sindacato è in enorme difficoltà, pur avendo ormai compreso il problema. Che è costituito dall’assicurare ai lavoratori maggiori garanzie, una retribuzione equa, evitando l’erosione dei diritti cui sono sottoposti.  Del resto, la Cisl si pose la questione in tempi non sospetti, con la creazione del Clacs, che avrebbe dovuto occuparsi anche di questi nuovi lavoratori, lavori e contratti. Forse non ci credette fino in fondo. La difficoltà odierna viene da lontano, in quanto il mutamento dei rapporti di lavoro non venne aggredito in tempo, lasciando ad esempio che il lavoro interinale si trasformasse da escamotage passeggero, a una vera e propria forma riconosciuta e “normale” di lavoro. Un altro grande sbaglio del sindacalismo italiano è stata la burocratizzazione, che ha creato, all’interno degli stessi sindacati, sacche di privilegio, non ultime le cosiddette pensioni d’oro”.

Perché questa anomalia, “privilegi” nel sindacato? 

“Il fatto è che si è persa l’ispirazione originaria e naturale del sindacato, nel momento in cui il trattamento economico del sindacalista divenne sempre più diverso rispetto al lavoratore che difendeva. Quello fu un errore grandissimo. La proporzione che poteva essere giusta, dal momento che le ore del sindacalista sono conteggiate diversamente e seguono altre modalità rispetto al lavoratore, era, come ho avuto modo di dire altre volte, di 100 (il lavoratore) a 120 (il sindacalista). Proporzione scavalcata in modo assurdo. E’ proprio in questo primo passo, secondo me, che si spezza il rapporto fra i lavoratori e i propri rappresentanti sindacali. Col risultato che le critiche di di Maio appaiono, al di là delle minacce, condivisibili da parte di molta gente. E anche con la consapevolezza che chi ha usato la struttura del sindacato per costruire i propri privilegi personali ha sbagliato e ha messo in difficoltà l’organizzazione”.

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