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Sanità, Antonio Panti: “Il problema è il personale distribuito male” Cronaca, STAMP - Salute

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Firenze – “Tagli alla sanità? La legge che li ha programmati è del 2006: che hanno fatto nel frattempo Regioni e sindacati per modificarla?”. Antonio Panti, per ben trent’anni presidente dell’Ordine dei medici di Firenze, attualmente membro della commissione nazionale deontologia dell’Ordine dei medici, interviene a tutto campo contro l’incapacità di programmazione di un settore che molto più di altri deve essere gestito con un’ottica di lungo periodo.

Il presidente Enrico Rossi ha annunciato ricorso alla Consulta contro la legge che impone alla sanità tagli per il personale dell’1,4% per un risparmio di 45 milioni in tre anni. Cosa accadrà secondo lei?

Questa legge in sé è inapplicabile, è ovvio. Le esigenze sanitarie sono indiscutibilmente crescenti, pensiamo soltanto all’invecchiamento della popolazione. Il problema è un altro. Questa spada di Damocle era prevista nella Finanziaria 2006, cosa hanno fatto Regioni e sindacati nel frattempo? Perché fingiamo di accorgercene solo all’ultimo minuto?

Secondo lei esiste un problema di organico sottodimensionato in Toscana?

Dobbiamo essere chiari, esiste soprattutto il fatto che il personale è distribuito male. Nel 2017 ci sono state assunzioni nella sanità regionale. E tuttavia esistono punti critici irrisolti: sale parto, pronto soccorso, neonatologia, turni chirurgici. Le carenze permangono.

La riforma sanitaria regionale ha prodotto accentramento, accorpamenti, chiusura di strutture in nome dell’efficienza gestionale. Questo obiettivo è stato raggiunto, secondo lei?

La sanità è un servizio ma è sempre più un’industria diffusa. Oggi manca una struttura di comando intermedia che risolva i problemi, individui le carenze. Ormai sotto il direttore generale non c’è niente. Come si fa a gestire un servizio sempre più complesso che si estende da Figline a Pescia? Il principio dell’accorpamento è giusto, razionalizza, ma è gestito in modo inefficiente. Un altro problema è che si è perso il rapporto e il coinvolgimento dei professionisti nel processo di riforma. Proprio qui, in Toscana, questa tradizione che ha funzionato a lungo si è dissolta.

Quest’anno le facoltà di medicina in Italia hanno avuto un boom di aspiranti: 67mila per novemila posti. Lei ha spesso affermato che i medici sono troppi. Federico Gelli, responsabile della Sanità per il PD, in un’intervista al nostro giornale ha detto che presto i medici mancheranno. Dove sta la verità?

Negli anni ’70 le nostre facoltà hanno sfornato 20/30mila medici all’anno. Pensi che attualmente l’età media dei professionisti di medicina generale è di 60 anni. Oggi questa leva va in pensione e dunque lascia un vuoto dietro di sé. Il fatto è che ci sono ancora delle graduatorie a scorrimento da smaltire. Ogni anno in Italia si laureano diecimila medici. Ottomila riusciamo a sistemarli con borse di studio in varie specializzazioni, ma duemila restano a spasso. Ci mancano i chirurghi, è vero. Ma il problema è che non abbiamo creato specializzazioni in chirurgia. Queste cose vanno programmate con congruo anticipo, ma nessuno sembra preoccuparsene. Cominciamo da subito ad aumentare le borse di studio per le specializzazioni carenti.

Più lavoro di équipe, più robotica, ma anche più scartoffie da riempire. Come è cambiato il ruolo del medico?

La figura del medico si è già trasformata e si trasformerà ancora. Resta il rapporto medico paziente come fulcro centrale di un meccanismo sempre più difficile da gestire. Il medico non è più il padrone della medicina, ma la ruota principale di un ingranaggio condizionato dalla tecnologia, dall’intelligenza artificiale e da una burocrazia talvolta asfissiante. C’è una sensazione diffusa di disagio, di difficoltà. Il medico vive una contraddizione fra la sua natura di aiuto nella sofferenza e il fatto di essere al centro di un ciclo produttivo estremamente complesso. Al momento questo dissidio non è risolvibile.

A livello nazionale la spesa sanitaria rappresenta il 75-80% del bilancio delle Regioni. Un altro 10% è destinato all’autoriproduzione della macchina amministrativa generale. Quello che resta per investimenti pubblici in altri settori è quasi niente. Le sembra un meccanismo sostenibile?

Gli italiani hanno bocciato il Referendum costituzionale e dunque questa situazione istituzionale rimarrà inalterata. E’ vero che la sanità assorbe quasi tutto il bilancio regionale, eppure in Italia costa relativamente poco: circa l’8,50% del Pil, contro l’11% di Francia e Germania per fare due esempi. La cosa positiva è che spendiamo poco, con risultati complessivi eccellenti in termini di speranza di vita, mortalità neonatale. Ciò che non va è la profonda disomogeneità fra le regioni italiane. La sanità è ben gestita in Toscana e Emilia, è invece gestita malissimo in Sicilia e Campania. Devono essere rafforzati i parametri di controllo a livello nazionale per rendere più omogeneo il sistema: non c’è altra strada.

 

Foto: Info Toscana Sanità Antonio Panti

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