Giovedì 31 Maggio, 2012 - 11:05 da Alfredo De Girolamo
Firenze - La legge sulle liberalizzazioni conferma la scelta compiuta anni fa di favorire le gare per la concessione e i partenariati pubblico privati, riducendo molto la possibilità degli affidamenti in house, con l’esclusione del servizio idrico. Una scelta che la Toscana ha coerentemente seguito fin dall'inizio.
Firenze -
Qui c’è una regione che da sempre rispetta le leggi, apre ai mercati, mette a rischio le sue gestioni sfidando il mercato. Altri conservano i privilegi: gestioni in house e quotate in Borsa. Ma una cosa deve essere chiara: le Regioni che rispettano la legge, aprono i propri mercati, applicano la riforma, non possono essere trattate dal Governo centrale come le altre che difendono i privilegi e rinviano il processo riformatore. Qui occorre che il Governo faccia una scelta chiara e la Regione Toscana la deve chiedere con forza. Le poche risorse nazionali e comunitarie disponibili devono essere prioritariamente assegnate alle Regioni che hanno applicato la legge. E serve anche un doppio binario sulla semplificazione: chi apre al mercato deve avere regole più semplici, chi difende il passato regole più stringenti.
Eppure anche questo non basta, perché dimensioni di scala e apertura al mercato oggi non sono sufficienti per sostenere la crescita. Viviamo un’epoca in cui sembriamo sonnambuli che camminano all’indietro. Imprese e banche non hanno condizioni ideali per partecipare a gare impegnative, di grandi dimensioni, per lunghi periodi, con tanti investimenti da fare.
Probabilmente, in questi anni, l’effetto del mercato si farà sentire poco e il numero dei competitori sarà limitato. Questo perché concentreremo centinaia di gare in pochi mesi e la maggior parte degli operatori non presenta adesso un quadro finanziario forte.
Sarà necessario quindi svegliarsi e vigilare sul rispetto della legge, evitare il ricorso al rinvio sistematico, e camminare avanti, invece che indietro. L’obiettivo deve essere uno solo: colmare il gap di infrastrutture, standard ambientali e competitività che separa l’Italia dal resto dell’Europa migliore. Questo deve essere il cuore della nostra riforma. Economie di scala e ricorso al mercato devono servire a questo obiettivo, trasferendo risorse dai costi operativi ai costi di investimento.
Io credo che gli investimenti nel settore dei servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, energia, trasporto, edilizia pubblica) possano e debbano essere al centro dell’Agenda per la crescita nei prossimi mesi e anni. Cercherò di spiegare perché, guardando alla nostra Regione:
Primo. Gli investimenti in questi settori hanno una dimensione rilevante: 2 miliardi di euro nel settore idrico, circa 1 miliardo nei rifiuti, una cifra di diversi miliardi nel settore energetico (reti, fonti rinnovabili) e nei trasporti (rinnovo del parco bus, tramvie). Stiamo parlando di 5-10 miliardi di Euro di investimenti in un settore relativamente contenuto, fatto da poche imprese. Si tratta di investimenti attivabili in poco tempo, per lo più già definiti dalla pianificazione, che produrrebbero risultati anticiclici ottimi, sia in termini di volume economico, che di occupazione. Se ai nuovi investimenti sommiamo gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria di questi assets, il valore può addirittura raddoppiare.
Secondo. Si tratta di infrastrutture pubbliche, essenziali alla vita del Paese, alla competitività del sistema Italia, alla protezione dell’ambiente. Investimenti in questo settore non favoriscono interessi privati, ma aumentano il capitale pubblico di un paese a vantaggio delle generazioni future.
Terzo. Sono investimenti che devono essere fatti comunque per rispettare standard legislativi comunitari. Per opere indispensabili alla modernizzazione del paese: depuriamo ancora troppo poco, abbiamo zone in cui l’acqua potabile non c’è o è di cattiva qualità, ricicliamo troppo poco i rifiuti e ne recuperiamo poca energia usando troppo le discariche, abbiamo una rete di trasporto pubblico locale insufficiente e vecchia, dobbiamo raggiungere gli obiettivi 20-20-20 in campo energetico con un rete elettrica e del gas da riorganizzare e potenziare, abbiamo pochi alloggi di social housing per far fronte alla crisi degli alloggi.
Quarto. Si tratta di investimenti in cui l’impresa italiana è forte e ha importanti caratteristiche locali. Attivarli significa mettere in moto l’economia locale, imprese italiane grandi e soprattutto medio piccole. Un settore in cui certamente non si delocalizza.
Quinto. Si tratta dunque di investimenti a doppio, triplo dividendo. Oltre a raggiungere obiettivi economici di crescita, producono stabili effetti ambientali ed energetici e anche sociali. Difficile trovare investimenti altrettanto redditizi sul piano del benessere della collettività.
Sesto. Si tratta d’investimenti che generano innovazione tecnologica e gestionale, di prodotto e di processo, che stimolano il rapporto fra imprese, centri di ricerca e Università.
Attivare questi investimenti non è difficile, ma occorrono alcune scelte politiche chiare. Buona parte di questi investimenti possono essere realizzati dagli operatori pubblici e privati, una volta vinta una gara e disponendo di un affidamento lungo e di un sistema tariffario chiaro e stabile capace di sostenere economicamente e finanziariamente gli investimenti.
Il Governo può incentivare questi investimenti, premiando le regioni virtuose.
Lo può fare in più modi: dirottando su questi settori parte delle risorse nazionali ed europee disponibili, semplificando le procedure per coloro che investono, definendo insieme al sistema del credito meccanismi finanziari che agevolino questi investimenti dal punto di vista delle garanzie e delle condizioni finanziarie.
Questa proposta potrebbe essere un capitolo importante dell’Agenda per la crescita, con obiettivi misurabili in pochissimi anni.
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