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1° Settembre 1939, invasione della Polonia e inizio della catastrofe mondiale Cultura

Firenze – Alle 04,45 del 1° settembre 1939 le truppe tedesche invasero la Polonia e dettero inizio alla seconda guerra mondiale. Gli ultimi tentativi di mediazione erano stati subito respinti da Hitler che ormai non aveva più bisogno di diversivi e anche Mussolini lasciò cadere la proposta di una conferenza internazionale da tenersi il 5 settembre.

A questo punto aveva un altro problema da risolvere. Il 22 maggio, con il Patto d’acciaio si era impegnato con la Germania in un’alleanza difensiva e offensiva. Quando il ministro degli esteri Ribbentropp aveva assicurato che una guerra non era prevista prima di 4 o 5 anni Mussolini era passato sopra ai problemi della preparazione militare ben lontana da essere completata.

L’aggressione alla Polonia lo spiazzò. Desiderava mantenere gli impegni ma si rendeva conto delle carenze delle sue forze armate e, per di più, era esitante di fronte alla prospettiva di affrontare Francia e Gran Bretagna. Come suggerivano alcuni gerarchi avrebbe potuto obiettare di non essere stato consultato sull’attacco alla Polonia e nemmeno sul patto germano- sovietico che alterava il quadro politico e le caratteristiche dell’alleanza . Ma temeva di contrariare Hitler e sapeva che a Berlino già si diceva che l’Italia avrebbe cambiato alleanza come era avvenuto nel 1915.

Non sapendo come sganciarsi, fece sapere a Hitler che per scendere in campo avrebbe avuto bisogno di nafta, carbone, olio minerale batterie contraeree. Quando il dittatore tedesco gli chiese di precisare il quantitativo, presentò un elenco con quantità così esorbitanti da rendere impossibile la consegna in tempo utile.

Poi, non volendo proclamare la neutralità coniò il termine non belligeranza che  confermava la scelta di campo filo tedesca e sottintendeva che era una soluzione provvisoria , fino a quando non fosse apparso più chiaro l’andamento del conflitto.

Per un approfondimento di queste circostanze e di come, nell’arco di nove mesi, pur attraverso esitazioni, cambiamenti di opinione, accavallarsi di sentimenti antitetici (la fedeltà all’alleanza, il mantenimento di un canale di dialogo, attraverso Ciano, con i franco-britannici, la paura di ritorsioni da parte della Germania) Mussolini passò dalla non belligeranza alla dichiarazione di guerra offre un contributo particolarmente significativo la monumentale opera di Renzo De Felice su Mussolini e quindi sul fascismo.

In particolare, nella ricorrenza degli 80 anni dall’entrata in guerra dell‘Italia, il volume Mussolini il duce. Vol.2 Lo stato totalitario (1936-1940) offre l’opportunità di valutare le ragioni che spinsero Mussolini e i vertici del regime fascista a una scelta foriera di tragiche conseguenze.

L’opera di De Felice – recentemente ristampata da Einaudi in edizione tascabile -è doppiamente importante perché si avvale di fonti di prima mano come relazioni delle varie riunioni, degli incontri con Hitler e con Ribbentrop, di memoriali, diari, epistolari e offre un quadro ampio e per molti versi inedito della situazione  politica, delle opinioni espresse da Mussolini e dalla alte gerarchie del regime, degli oppositori, il ruolo della propaganda con i riflessi sull’opinione pubblica e un’analisi critica che rappresenta un punto fermo per gli studi su un periodo così drammatico e cruciale della nostra storia.

Guardando agli avvenimenti del 1939 – 1940 si vede che il Patto d’acciaio era già in nuce nella proclamazione dell’Asse. De Felice ha esaminato in modo dettagliato, le esitazioni di Mussolini che sentiva la frustrazione di stare alla finestra ed era preoccupato di contrariare la Germania. Hitler –riporta De Felice- su sua richiesta, gli aveva inviato un telegramma nel quale esprimeva il suo consenso alla non belligeranza ,ma si sapeva da varie fonti che in Germania si parlava di tradimento e si evocava il ricordo del 1915 quando l’Italia lasciò la Triplice alleanza per schierarsi con Francia e Inghilterra.

Fino all’ultimo aveva tentato di fungere da mediatore ma quando lord Halifax precisò che la Conferenza di pace era inutile se i tedeschi non evacuavano i territori occupati, desisté  e non osò nemmeno inoltrare a Hitler tale richiesta (Cfr.  R.De Felice, Mussolini il duce. Vol.2, p. 669). 

Mentre ripercorre con cadenza quasi quotidiana gli atteggiamenti, i colloqui, le ipotesi con le quali Mussolini si confrontava con il suo entourage, il libro pone in rilievo che spesso lasciava mano libera al ministro degli esteri Ciano, notoriamente anti tedesco, per coltivare le relazioni con inglesi e francesi , ai quali la neutralità  tornava utile anche per gli scambi commerciali.

Le esitazioni del  “duce”  derivavano dalle sue opinioni altalenanti . Credeva che la guerra sarebbe stata vinta dalla Germania sulla base del pregiudizio delle democrazie incapaci di resistere a prove e di lunga durata come disse nel Consiglio del ministri del 23 gennaio. Ma altre volte, ritornando ai ricordi della Marna considerava quello francese l’esercito più forte del mondo e la Maginot insuperabile, salvo poi irritarsi con quelli che ipotizzavano( e auspicavano) una sconfitta tedesca.

Inoltre, memore della sua opera di mediazione svolta a Monaco del 1938, durante la drole de guerre, prima dell’attacco alla Francia, Mussolini a pensare a una pace negoziata e lasciava mano libera a Ciano che manteneva rapporti con gli alleati.

Poi,  quando Ciano, Grandi, Bottai anche in occasioni ufficiali come il Gran consiglio insistevano nel dire che non si poteva essere accusati di tradimento perché a tradire erano stati i tedeschi (per di più il patto germano sovietico spiazzava l’anticomunismo del fascismo), Mussolini si irritava per queste prese di posizioni ma poi cavalcava, a sua volta, l’antibolscevismo per affermare che i suoi obiettivi strategici erano diversi da quelli di Hitler. Proprio per questi ondeggiamenti, i tedeschi strinsero i freni e Ribbentrop s’ incontrò con Ciano per conoscere meglio le intenzioni dell’Italia e per preparare un vertice tra i due dittatori che si tenne al Brennero il 18 marzo 1940.

Riportando i verbali degli incontri, De Felice  sottolinea che Hitler non insisté ulteriormente sulla data di entrata in guerra dell’Italia  ma gli chiese di definire il suo atteggiamento e lo consigliò di attaccare quando la Francia fosse stata sul punto di crollare perché allora l’intervento italiano gli sarebbe stato utile per spingere francesi e inglesi ad abbandonare la lotta (op. cit. p.767).

Un discorso astuto perché faceva capire che l’intervento italiano era più importante politicamente che militarmente e conteneva una velata minaccia circa la necessità di cogliere questa ultima opportunità.

Mussolini contrappose una furbizia grossolana.. Disse a Ciano che avrebbe fatto come Bertoldo. (il personaggio di un racconto seicentesco che non trovava mai l’albero a cui impiccarsi )…ovvero avrebbe accettato  di entrare in guerra ma  avrebbe evitato accuratamente di ‘precisare quando.  In realtà le sue ammissioni furono un ulteriore passo verso il punto di non ritorno.

Fu infatti Hitler a  fissare de facto una data dicendo che quando i tedeschi avessero aperto brecce nella Maginot  l’Italia avrebbe potuto attaccare dalla valle del Rodano evitando  le postazioni fortificate delle Alpi per prendere alle spalle l’armata francese  Fino a che il fronte non fosse stato sfondato era  meglio che restasse fuori dal conflitto.

In questo modo il dittatore nazista precisò tempi e modalità dell’intervento italiano  e invano Mussolini si consolava con l’albero di Bertoldo.

Poi  il “duce”  passò a ipotizzare una “guerra parallela” …una campagna breve, di sei mesi, senza logorare le forze  e per  ottenere vantaggi manu militari al tavolo della pace  in modo da evitare che la Germania cercasse di privarlo degli opportuni compensi (  cfr pp. 692. e  767 ss.)

Questo della guerra parallela per conquistare le chiavi del Mediterraneo divenne un leitmotiv di tutti i discorsi del  “duce”  che spiegava come il Mediterraneo fosse una gabbia  le cui sbarre erano la Corsica, Tunisi,Malta, Suez, Gibilterra. La finestra sull’oceano fu anche un punto centrale del promemoria segretissimo del 31 marzo . (op. cit. pp. 682-3.) Peraltro, anche Ciano ritenne che l’incontro del Brennero non avesse sostanzialmente cambiato la posizione italiana e  si attaccò all’idea  dell’ albero di Bertoldo.  Nei due mesi successivi Mussolini continuò a barcamenarsi. Ma più del desiderio di sedersi al tavolo dei vincitori prese sempre più corpo il timore dei tedeschi che  avrebbero potuto  punire il tradimento con un a rapida invasione  dell’Italia.

Comunque, voleva ancora credere che l’attacco alla Francia non fosse imminente. Quando si verificò, ritenne che le sorti dello scontro fossero incerte  e anche dopo lo sfondamento, affermò che la vittoria tedesca non era ancora sicura.

Infine, pressato dal timore di non fare in tempo a partecipare ai frutti della vittoria e dalla paura della ritorsione tedesca fissò la data della dichiarazione di guerra Invano, i vertici militari gli fecero presente che  la preparazione non era ancora  completata. Pensando che il suo intervento contro una Francia già sconfitta  (la famosa pugnalata ala schiena come fu definita dal premier francese Reynaud e dal Presidente Roosvelt ) fosse più politico che militare non se ne curò molto(op.cit. p 840) .  E  l’Italia precipitò verso la catastrofe. 

Foto: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Danzig_Police_at_Polish_Border_(1939-09-01).jpg Hans Sönnke / Public domain

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