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10 giugno 1940, l’Italia fascista entra in guerra contro la Francia ormai sconfitta Breaking news, Cultura

Firenze – Il 10  giugno 1940, la dichiarazione di guerra alla Francia fu davvero una pugnalata alla schiena, come i francesi ci hanno ripetuto per decenni ?  

L’espressione, come è noto, fu resa celebre da F.D. Roosevelt dopo che il 10 giugno Mussolini aveva annunciato dal balcone di Palazzo Venezia che si preparava ad attaccare un Paese  ormai sconfitto  (il 14 giugno i tedeschi entrarono a Parigi e le desolanti foto di Hitler  compiaciuto accanto alla torre Eiffel  sono tra le immagini.- simbolo della seconda guerra mondiale).

Tuttavia, negli ultimi anni, capita di leggere titoli del tipo “non fu una pugnalata alla schiena”. In buona parte dei casi si tratta di una questione soprattutto lessicale perché si osserva che per pugnalata alle spalle s’intende il tradimento di un alleato  mentre nel caso in oggetto Italia e Francia  appartenevano a schieramenti  opposti e i rapporti erano tesi.  E questo è vero  ma la sostanza cambia poco. Siamo nel Paese di Francesco Ferrucci e sappiamo che  vibrare un  colpo a chi è ferito e moribondo è  sempre un atto che  induce a riprovazione.

Pertanto non sottovaluterei la portata di questo triste evento della nostra storia, per un malinteso senso dell’orgoglio nazionale, che qui non è in discussione, perché la responsabilità non ricade sul popolo italiano ma su Mussolini e sul regime fascista. D’altronde gli stessi alleati riconobbero questa distinzione. 

Altre argomentazioni vanno più a fondo: sostengono  che la Francia auspicava l’entrata in guerra  dell’Italia  perché sperava di avere un interlocutore meno inflessibile dei tedeschi  e un’occupazione più morbida. Viceversa,  Hitler impedì a Mussolini di esigere condizioni più onerose come la consegna della flotta. e degli aerei. Non lo fece per generosità ma per impedire che cadesse  in mano agli inglesi  Fatto sta che, almeno all’inizio,  la posizione di Mussolini era la più intransigente. 

Che la Francia cercasse di evitare la guerra con l’Italia lo dimostrano i passi diplomatici che Parigi fece offrendo compensi in Tunisia, in Algeria e in Somalia in cambio della neutralità . Infatti, quando si profilò l’attacco tedesco il capo di stato maggiore francese Gamelin  dichiarò che era essenziale assicurarsi la neutralità italiana.

In una telefonata  del 5 giugno con  Claretta Petacci  intercettata dal SSR dell’Ovra  (lo stesso capo del governo aveva disposto di intercettare  tutte le telefonate) e riportata da  Antonio Spinosa, Mussolini disse di aver fatto presente a Badoglio che quello era il momento buono per “stabilire il diritto di prelazione all’atto del banchetto”. Badoglio  aveva  osservato che  per la critica situazione in cui erano  i francesi  non sarebbe stato generoso dare in quel  momento una così tremenda  pugnalata alla schiena alla nostra sorella latina. Mussolini replicò che la responsabilità  politica  era interamente sua.

Ma l’aspetto più rilevante della breve guerra italo –francese sulle Alpi è che essa rappresentò  uno smacco per Mussolini e per il fascismo, preannuncio dei futuri disastri.

L’esercito italiano schierò 22 divisioni per un totale di circa 300.mila uomini e  tremila cannoni. L’Armée des Alpes aveva 175 mila uomini di cui 85 mila in  prima linea ma  poteva contare su un solido sistema di fortificazioni articolato su tre linee difensive. Soprattutto, però, erano le barriere naturali a rendere difficile un attacco sulle Alpi occidentali.  Tanto che secondo  von Clausewitz  “Attaccare la Francia dalle Alpi sarebbe come pretendere di sollevare un fucile afferrandolo per la punta della baionetta”

A  questo si deve aggiungere che nonostante la catastrofe sul fronte franco –tedesco, l’Armée des Alpes non si perse d’animo e un soprassalto d’orgoglio fu dato  proprio dallo sdegno per  un attacco sferrato quando ormai la guerra era persa

Mussolini, che aveva detto di aver bisogno di  qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo dei vincitori, tergiversò finché le sorti del conflitto franco tedesco non  furono  decise. Ma poi, temendo che la richiesta d’armistizio fosse ormai prossima, chiese di passare quanto prima all’offensiva nonostante che Badoglio facesse presente che un assetto offensivo richiedeva tempo. 

Il 16 giugno, prima ancora che l’offensiva sulle Alpi venisse sferrata,  la Francia  presentò la richiesta d’armistizio e Hitler convocò a Monaco il suo alleato per discuterne le condizioni.  

Mussolini  presentò  una nota  nella quale richiedeva l’occupazione fino al Rodano  (da Lione ad Avignone)  della Corsica,  della Tunisia,  di una provincia algerina,  della Somalia francese e di varie basi militari in Algeria, in Marocco ,in Libano. Inoltre, consegna immediata della flotta  navale e  aerea. .

Come si è visto, Hitler si oppose alla consegna della flotta  ma  approvò le altre richieste  che, però, non ebbero seguito perché in occasione della stipula dell’armistizio,  Mussolini cambiò atteggiamento e accettò  la richiesta francese di limitare l’occupazione ai soli territori che le truppe italiane avevano conquistato: una sottile striscia profonda 30 km. con circa 28mila abitanti.

Contribuì a questa moderazione il sostanziale insuccesso  campagna delle Alpi che, nella stessa opinione pubblica italiana e ancor più in quella internazionale, rendeva ingiustificate richieste così  ampie. La decisione di Hitler di stipulare separatamente i due armistizi avrebbe accentuato  questo imbarazzo  di Mussolini. 

Le truppe italiane  avevano oltrepassato le linee di confine il  21 giugno  con 20 divisioni contro 6 francesi.  Ma la difficoltosa viabilità  aveva consentito  solo la concentrazione di modesti reparti sulla linea del fronte. Ad esempio, sul piccolo S. Bernardo gli attaccanti furono fermati dalla Redoute ruinée, una fortificazione presidiata solo da quarantacinque  chasseurs des Alpes.Lo stesso accadde in altri punti del fronte con le strade di comunicazione intasate  che non consentivano il passaggio di mezzi corazzati e nemmeno delle ambulanze.       

 In quattro giorni di combattimenti i comandi italiani non riuscirono a conseguire obiettivi significativi anche per il ruolo efficace delle fortificazioni e delle scelte tattiche del generale   Olry  che riuscì  a concentrare i suoi uomini e le artiglieri nei punti  cruciali    e a impedire sfondamenti della  prima linea di resistenza.  Anche sulla costa  le cose non andarono diversamente . Gli attacchi in direzione di Mentone furono bloccati al Ponte S.Luigi e anche tentativi di sbarchi non ebbero successo. Mentone fu solo parzialmente occupata aggirandola dal versante alpino. Ma non fu  possibile un’avanzata su Nizza che aveva un forte valore simbolico.

Invece di prendere atto delle insufficienze organizzative, della mancanza di adeguati armamenti ed  equipaggiamenti, Mussolini  se la prese con le truppe – che invece avevano dato prova di valore – e se ne uscì con la nota metafora che anche Michelangelo non avrebbe potuto scolpire i suoi capolavori se non avesse avuto  a disposizione la materia prima,  il marmo nella fattispecie. 

Il duce del fascismo tenne in tutta la vicenda un atteggiamento oscillante.  Assumeva pose magniloquenti ma poi appariva incerto, esitante. Voleva emulare Hitler ma cominciò anche a temerlo. Scese in guerra  per sedersi  al tavolo dei vincitori come capo di una grande potenza ma, in privato disse di voler evitare che Hitler una volta vinta la guerra si volgesse contro l’Italia per punirla della sua neutralità.  

Comunque ha rilevato Renzo De Felice che tra  i fattori della svolta di Mussolini  c’è il fatto che , dopo i colloqui di Monaco  capì che Hitler intendeva  riconciliarsi  con la Francia e  che sarebbe stata l’Italia a farne le spese. Quindi volle evitare di far avvicinare troppo Pétain a Hilter mostrandosi ancor meno intransigente

Sul piano generale Mussolini, appariva sempre più succube di Hitler.  Qualche tempo prima aveva detto che dalla guerra contro Francia e Gran Bretagna ci si doveva attendere l’intervento americano. Ma poi fu suggestionato dai fulminei successi della Germania nazista. I Diari di Ciano riportano che giorno dopo giorno era sempre più impaziente  di scendere in campo. Il 10 giugno proclamò  che “un’ora segnata dal destino batte sul quadrante della nostra storia”. E purtroppo fu profeta:  davvero quella scelta segnò un destino tragico per l’Italia. 

Foto: wikipedia

 

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