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200 anni del Consolato Usa: un dialogo lungo due secoli Opinion leader

Firenze – Together 200 / Insieme 200, è il titolo che si è voluto dare agli eventi per solennizzare i due secoli di presenza del Consolato  degli Stati Uniti a Firenze: due secoli caratterizzati da un ininterrotto dialogo, profondamente culturale e civile, ancor prima che commerciale, come era stato per Livorno – nel 1794 – prima sede diplomatica nel Granducato di Toscana. 

Livorno, fin dalla fondazione di Cosimo I, era sede diplomatica dei Paesi che avevano rapporti con i Lorena, succeduti ai Medici nella guida del Granducato. E, proprio da Livorno, il console Thomas Appleton, nominando Giacomo (James) Ombroso “delegato degli interessi americani a Firenze” , ottenne il consenso da parte di Ferdinando III di aprire una “agenzia commerciale” per agevolare  i crescenti rapporti economici dei cittadini americani presenti e operanti a Firenze, dopo aver superato non pochi pregiudizi all’apertura verso un governo repubblicano, qual era quello degli Stati Uniti ; ma finalmente la diffidenza fu superata appunto, il 1819.

In due secoli – 1819 – 2019 – i rapporti si sono consolidati, fino a diventare indissolubili. Due secoli che hanno visto un processo di diffusione culturale, di nuove relazioni, di scambi e integrazioni tra Firenze e gli stati Uniti d’America, che hanno accompagnato il passaggio dallo stato granducale a quello unitario sabaudo e a quello repubblicano.

Con altre comunità straniere, quella americana a Firenze è stata ed è ancor oggi, fra le più avvertite. Del resto, fin dai primi dell’Ottocento, Firenze era una meta obbligatoria nel grand tour per la formazione intellettuale, così che, alla fine,  molti si fermavano definitivamente in città o sulle sue accoglienti colline.

Come non ricordare la matura internazionalità di Firenze, ove si fermarono i Demidoff, i Poniatowski, dove i salotti letterari erano fra i più ambiti d’Europa; dove il ginevrino Gian Pietro Vieusseux, nello stesso anno 1819, apriva il suo Gabinetto Scientifico e Letterario alla città, con la sua biblioteca; dove Felice Le Monnier impiantava la sua prestigiosa casa editrice.

I “salotti” letterari della contessa d’Albany in Palazzo Gianfigliazzi sul Lungarno Corsini, della Fanny Targioni Tozzetti, il “salotto rosso” di Emilia Targioni Tozzetti in Borgo dei Greci, erano frequentati dalle maggiori personalità delle lettere, delle scienze, dell’arte e sono stati più volte ripercorsi e descritti.

In questo raffinatissimo quadro sociale, ove molte famiglie gentilizie aprivano le loro dimore, numerosi furono gli americani che fiorentinizzarono la loro cultura; ricordiamone alcuni: Henry Wadsworth Longfellow (poeta), Thomas Bailey Aldrich (scrittore), Francis Alexander (ritrattista), Samuel Langhorne Clemens (Mark Twain) che osservando il patrimonio artistico fiorentino lamenterà il fatto che negli USA non si insegnava ancora la storia dell’arte; ed ancora Henry James (scrittore), Nathaniel Hawtorne (scrittore, novellista), Herman Melville,   Charles Loeser, storico dell’arte e collezionista, Mabel Dodge .

E poi tutto il coté specificamente artistico, come dimostrato dalla bella mostra di Palazzo Strozzi del 2012, “Americani a Firenze, Sargent e gli impressionisti del nuovo mondo”, organizzata da Francesca Bardazzi e Carlo Sisi. Esemplare, per questi richiami, lo studio di Clara Louise Dentler, Famous Americans in Florence (1976). E come tacere di personaggi come Bernard Berenson e Frederick Hartt ?

Bernard Berenson era arrivato a Firenze nel 1890 e vi rimase fino alla morte, nel Qui divenne il maggior conoscitore del Rinascimento italiano e consulente dei maggiori collezionisti americani; fu determinante nella scelta delle modalità per ricostruire la Firenze distrutta intorno a Ponte Vecchio dall’esercito di Kesserling. La sua Villa dei Tatti è oggi uno dei maggiori centri internazionali di specializzazione in storia dell’arte.

Hartt fu il “monuments man” per le opere d’arte di Firenze. Il giovane Tenente Hartt, della 5a Armata Americana, con i soprintendenti alle belle arti nel 1944-46, si occupò del recupero e della ricollocazione delle opere d’arte ricoverate fuori città. In realtà, Hartt non abbandonò mai Firenze; vi tornava ogni estate, risiedendo e studiando il Rinascimento, fino alla sua morte, a Washington nel 1991. Durante la sua permanenza a Firenze scrisse due opere fondamentali: la monografia sulla Cappella del Cardinale del Portogallo di San Miniato al Monte e la History of Italian Renaissance art, un manuale, quest’ultimo, su cui ancora studiano i numerosi giovani americani.

Ma i rapporti tra Firenze e la comunità americana a Firenze sono sempre stati saldi e continuativi. Come dimostra la bella collaborazione tra l’Accademia delle Arti del Disegno (fondata nel 1563 da Cosimo I de’ Medici e Giorgio Vasari) e la Florence Academy of Art che, proprio nel febbraio scorso, hanno organizzato la bella mostra di Daniel Graves nella Sala delle Esposizioni di San Marco.

Così, si capisce come l’evento di oggi, la mostra che ripercorre le dieci sedi storiche del Consolato degli Stati Uniti d’America, acquisti un significato profondo, di legame con la città. Dalla prima sede di via Serragli, all’ultima prestigiosa di Palazzo Calcagnini (dell’architetto Giuseppe Poggi)  sul Lungarno Vespucci, le strade più prestigiose di Firenze – da via Maggio a via Cavour, a Borgognissanti – hanno intrecciato la loro storia con chi ha rappresentato in questa città il popolo degli Stati Uniti.

Voglio chiudere con un ricordo personale : con quella Biblioteca dell’USIS (United States Information Service) che fu aperta nell’immediato dopoguerra nelle sale terrene di Palazzo Feroni, ove oggi vi è Ferragamo: fu la prima biblioteca che noi giovanissimi studenti potevamo frequentare, prendendo i libri direttamente dagli scaffali e posandoli sui tavoli di lettura. Una lezione di civiltà   rimasta indimenticabile.

Immagine: il logo delle manifestazioni per i 200 anni del consolato americano

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