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28 ottobre, la marcia su Roma spalanca le porte all’Italia fascista Breaking news, Cultura, Opinion leader

Parma –Il regime mussoliniano intendeva “fascistizzare” la società, a partire dai più giovani, “riorganizzare la gioventù dal punto di vista morale e fisico”.

Di conseguenza, negli anni Trenta, come tutti i bambini italiani iscritti alle scuole elementari, ero un “Figlio della lupa”, l’organizzazione inventata dal fascismo per inquadrare anche i più piccoli. Il sabato bisognava indossare la divisa, camicia nera con cinturone e bretelle bianche incrociate, calzoncini grigioverdi.

Dopo gli otto anni  sono diventato Balilla, poi Balilla moschettiere; non più fasce bianche, ma un fazzolettone triangolare azzurro intorno al collo, fermato da un medaglione  metallico raffigurante il Duce; sempre pantaloncini grigioverdi. Eravamo armati con un piccolo fucile.

Il sabato pomeriggio c’erano le adunate; ci comandava un giovane fascista simpatico, si chiamava Galluzzo; spesso marciavamo per la città, cantando, giovani ignoranti e incoscienti quali eravamo, quelle orribili canzoni che inneggiavano alla guerra; un esempio: 

Percossa e sconvolta
dal basso e dall’alto,
tu non resisti non resisti
al nostro assalto.
Malvagia Inghilterra tu perdi la guerra
la nostra vittoria sul tuo capo fiera sta.

Dopo i 14 anni saremmo diventati Avanguardisti, conquistando gli agognati pantaloni alla zuava, ma allora  la guerra infuriava, l’esercito italiano aveva già incassato le batoste da parte dei greci nell’Epiro-Albania;  Mussolini  si era rimangiato le sue smargiassate (“Noi spezzeremo le reni alla Grecia!” – ottobre 1940). E queste organizzazioni giovanili persero di importanza.

Negli anniversari degli avvenimenti che hanno segnato la storia del fascismo anche noi balilla eravamo mobilitati per le grandi manifestazioni pubbliche; col nostro fucilino ci schieravamo a onorare qualche monumento fascista.  Il  principale di questi avvenimenti era il 28 ottobre, l’anniversario della “Marcia su Roma” e della presa del potere da parte del fascismo.

Il regime fascista fece della “Marcia” un evento mitico. Ogni anno veniva solennizzata con manifestazioni pubbliche, ben organizzate dall’alto. Si arrivò addirittura a inventare l’Era fascista, adottando come data di inizio del calendario quel 28 ottobre 1922, e a imporre di aggiungere negli scritti, in numero romano, l’anno dell’era fascista accanto a quello dell’era cristiana!

Ancor oggi piccoli gruppi di nostalgici, ignoranti come noi allora eravamo, solennizzano il 28 ottobre.             

 In realtà l’evento del 28 ottobre 1922 fu una marcia solo sui “dintorni di Roma”  O una “marcia” (di Mussolini) Milano-Roma in vagone letto (ma solo il 30 ottobre). 

Ricordiamo, per sommi capi, ciò che realmente accadde in quegli anni.

Alla fondazione dei Fasci di combattimento (23 marzo 1919) seguirono tre  anni di violenze inaudite ai danni delle organizzazioni della sinistra, anarchici, socialisti e, in seguito, comunisti, e, in misura minore, Popolari.

La violenza fascista inizialmente fu una risposta ai disordini e al clima di paura creato dalle sinistre nel “biennio rosso” (1919-20), seguito alla rivoluzione  in Russia. Ma il  biennio rosso si è esaurito con il fallimento  dell’occupazione delle fabbriche. Segue il “biennio  nero” (1921-22), segnato dall’attacco violento che i fascisti scatenano contro il movimento operaio e le fragili istituzioni dello Stato liberale.

Dopo l’assalto alla sede del Comune di Bologna nel novembre 1920, si moltiplicheranno i casi di incendio e saccheggio operati dalle squadracce nere; molti dirigenti della sinistra rimarranno vittime dello squadrismo  fascista;  subivano aggressioni fisiche i leader, i sindaci, i consiglieri comunali di sinistra, i segretari delle leghe contadine, i presidenti delle cooperative; talvolta le loro case venivano distrutte e anche i loro familiari aggrediti.

Nella sola pianura padana, nei primi sei mesi del 1921, gli attacchi operati dalle squadre fasciste sono stati oltre settecento: circa 60 case del popolo, 120 camere del lavoro, 100 cooperative, 80 leghe contadine, 140 sezioni socialiste, 100 circoli culturali, 30 sindacati operai, 50 circoli ricreativi operai saranno vittima delle violenze fasciste.

Nel 1922 in soli 40 giorni si contano 74 omicidi, 70 lesioni personali, 37 incendi appiccati.

Con la violenza le bande fasciste hanno costretto alle dimissioni  i sindaci di sinistra, interi consigli comunali e molti prefetti fedeli allo stato.

Usando la violenza delle “squadre d’azione” e delle  “camicie nere” contro il movimento operaio e contadino, Mussolini si guadagna l’appoggio di vasti settori della borghesia agraria e industriale.

Il successo di questi metodi violenti non sarebbe stato possibile senza il concorso e spesso la connivenza o quantomeno la tolleranza dell’apparato statale.  Una intesa spesso si ebbe tra Fasci e forze militari, forze di polizia e carabinieri, che vedevano con favore le azioni dei fascisti perché erano rivolte contro coloro che essi consideravano come i nemici dell’ordine. Il vilipendio contro l’esercito, il dileggio e gli insulti di cui erano stati oggetto i militari dopo la guerra da parte dei sovversivi furono il collante.

Raramente le forze dell’ordine sono intervenute per far rispettare la legge. Non è raro invece che le forze dell’ordine appoggiassero le squadre fasciste nelle “spedizioni punitive”, fornendo armi, munizioni e camion.

I grandi proprietari terrieri della Valle Padana si avvalsero dello squadrismo, fornendogli denaro e armi, allo scopo di smantellare l’apparato organizzativo del movimento sindacale e del Partito socialista, e di annullare le conquiste conseguite negli anni precedenti.

A finanziare il fascismo furono alcuni comparti della grande borghesia, dall’Ansaldo alla Montecatini, dalle officine meccaniche di Reggio Emilia all’Ilva; risaltano i nomi dei «padroni del vapore»: Max Bondi,Lorenzo Allievi, Giacinto Motta e Giovanni Agnelli. E molte banche. Inoltre , tra fascismo e massoneria il legame è strettissimo fin dal 1914, dalla fondazione del Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini.

Nelle elezioni del 1921 i fascisti avevano ottenuto solo 37 seggi;  Mussolini, non potendo arrivare al potere per via democratica, scelse la via dell’insurrezione.

 Il giorno dell’insurrezione viene fissato a Napoli durante la grande adunata del 24 ottobre. Il Comando avrà sede a Perugia, all’hotel Brufani.

Il 26 ottobre una delegazione di industriali, guidata da Alberto Pirelli, consegna a Mussolini un assegno da due milioni.

I fascisti si raggruppano in tre località intorno a Roma, Monterotondo, Santa Marinella e Tivoli; circa 25000, invece dei 200.000 annunciati o dei 300.000 dichiarati poi dalla propaganda del regime; sono male armati; le squadre s’impantanano nei tre giorni di pioggia continua, bivaccano nelle campagne, faticano a trovare riparo e viveri. 

Ma anche se le colonne arrivassero a Roma, il generale Pugliese comandante della zona militare di Roma, assicura i ministri che potrebbe facilmente fermare le bande fasciste in poche ore, prima che inizino l’occupazione dei centri strategici. 

A Civitavecchia i binari vengono tagliati, e si blocca il transito di 9 mila squadristi. Altri 9 mila devono accamparsi a Orte, dove il traffico viene fermato con il deragliamento di quattro carri ferroviari, rovesciati sui binari. Ad Avezzano la linea viene interrotta per 2400 fascisti, e a Segni per altri 1500. Con questo sistema di arresto del traffico attorno alla capitale, il 28 ottobre sono riuscite ad arrivare nei dintorni di Roma non più di 26 mila camicie nere, armate malamente. La piazza militare di Roma conta invece su quasi 30 mila uomini con moschetti, mitragliatrici, bombe e cannoni. La difesa della città è già in atto.

A sorpresa l’insurrezione prende il via in anticipo; il mattino del 27 ottobre a Pisa con il controllo squadrista sul telegrafo e il blocco delle Poste, al grido “O Roma o morte”. A Siena le camicie nere attaccano una caserma per prelevare moschetti e bombe. Nel pomeriggio a Cremona, con l’assalto a questura e prefettura, i primi morti. Al Sud le squadre occupano la stazione di Foggia e la centrale elettrica. Poco prima di mezzanotte anche  Perugia, passa in mano fascista, con l’occupazione della questura. La rivolta dilaga anche a Ferrara, Bologna, Pavia, Brescia, Trieste, Firenze, Alessandria, Venezia, Treviso, Udine, Falconara.

Mussolini attende lo svolgersi degli eventi in albergo a Milano. La sera del 27 va al Teatro Manzoni con la moglie e la figlia Edda , e a teatro si mostra in piedi prima dello spettacolo. Due sere prima vi era andato  con l’amante, Margherita Sarfatti.

Facta, il capo del governo,  illustra al re i provvedimenti allo studio e propone lo stato d’assedio; non riceve obiezioni, è convinto che il re sia d’accordo.

 Alle 6 del mattino del 28 ottobre il governo dichiara lo stato d’assedio; ore 7.50, telegramma ai prefetti e ai comandanti militari: “Consiglio ministri ha deciso proclamazione stato d’assedio in tutte le province del Regno dal mezzogiorno di oggi.”

Ma il re, alle 8 e 30, si rifiuta di controfirmarlo, sconfessa il governo, depotenzia la difesa militare di Roma, spiana la strada alla marcia. Facta si dimette. 

Domenica 29 ottobre  parte il telegramma  del generale Cittadini al Duce: “Sua Maestà la prega di recarsi subito a Roma desiderando offrirle l’incarico di formare il ministero. Ossequi”.

Mussolini  parte la sera del 29 in vagone letto, con il treno speciale DD17; un funzionario gli legge i telegrammi di congratulazioni; tra gli altri, dalla Confindustria, che guarda al nuovo governo fascista “con ferma speranza” e dal Gran Maestro della massoneria Domizio Torregiani (“Tutte le forze nazionali debbono seguirla nell’ardua impresa”). Giunge a Termini il 30 alle 10,40. Alle 11.15 è ammesso alla presenza del Re e riceve l’incarico di formare il nuovo governo.

Le squadre fasciste arrivano a Roma solo 24 ore dopo l’offerta a Mussolini di formare il nuovo governo, e dopo che il generale Pugliese aveva ricevuto l’ordine di farle passare.

 Il 31 ottobre, quale risarcimento per la mancata conquista militare,ha  luogo la  sfilata trionfale da piazza del Popolo all’altare della Patria e al Quirinale  delle tre colonne  fasciste, stanche e malconce.

Negli ambienti industriali l’avvento del ministero Mussolini è accolto con simpatia.

Il 14 novembre Pietro Nenni scrive: ” Si è parlato di una rivoluzione fascista. (,,,,) L’abdicazione dei poteri statali era giunta a tal punto che ormai i fascisti non avevano che da allungare la mano per cogliere il frutto maturo delle loro opere”.

Il 17 novembre la Camera vota la fiducia al nuovo governo: su 406 presenti  (appena 35 i deputati fascisti), 306 i sì: tra questi i principali esponenti liberal-democratici, Giolitti, Bonomi, Salandra, ma anche Gronchi e De Gasperi. Benedetto Croce applaude. Nel suo discrso di insediamento Mussolini proclama: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”

La  vittoria del fascismo avvenne per responsabilità morali e politiche di vario genere.

Innanzitutto, per l’incapacità, l’opportunismo e la rassegnazione,  spesso la connivenza  della classe politica liberal-democretica, delle classi dirigenti, dei ceti medi,  dei poteri forti, della monarchia,  delle forze dell’ordine, dell’ esercito. E per il sostegno diretto alle azioni punitive delle squadracce fasciste.

 L’ esempio più drammatico è la pusillanimità del re, incapace di difendere l’ordine costituzionale.

Parallelamente, per la cecità e la faziosità delle sinistre, che portò alla loro irreversibile sconfitta:

Ottobre 1919, nel programma del Partito socialista si legge: “la conquista violenta del potere da parte dei lavoratori dovrà segnare il trapasso del potere stesso dalla classe borghese  a quella proletaria, instaurando così il regime transitorio della dittatura di tutto il proletariato”.

Livorno, gennaio 1921, XVII Congresso del Partito Socialista Italiano. La frazione comunista  abbandona i lavori e dà vita al Partito Comunista d’Italia. Primo presidente è il settario Amedeo Bordiga, che sostiena la tesi dell’ Internazionale Comunista, che assimila  la socialdemocrazia allo stesso fascismo. 

Roma, ottobre 1922, XIX Congresso del Partito socialista. Espulsione di Turati e dell’area riformista, che dà vita al Partito socialista unitario.

Mentre montava la violenza fascista, la sinistra proclamava vacuamente la dittatura del proletariato  e si logorava in fratture e polemiche interne. Il mondo socialista nato nel 1892 si  sgretola sotto i colpi dello squadrismo e del suo vuoto estremismo.

Ebbe così inizio il ventennio della dittatura fascista, che portò alle leggi razziali e ai disastri della guerra.

Per saperne di più:

Aldo Cazzullo: Mussolini il capobanda. Ed. Mondadori

Antonio Scurati: Il figlio del secolo. Ed. Bompiani.

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