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6 giugno: un proiettile uccide Bob Kennedy e la speranza di un mondo nuovo Breaking news, Cultura

Firenze – All’alba del 6 giugno 1968 Robert Kennedy venne ucciso mentre, a Los Angeles, conquistava la vittoria nelle primarie presidenziali. Un successo che lo proiettava verso la Convention nazionale e forse verso la Casa Bianca.

Era entrato tardi nella competizione e quindi partiva svantaggiato. Aveva vinto in Nebraska e nell’Indiana, ma non nell’Oregon. Ormai tutto si decideva in California, lo Stato dell’Unione che aveva il più alto numero di delegati e la competizione si profilava particolarmente ardua. Un insuccesso avrebbe potuto indurlo a ritirarsi. 

Nel suo Comitato elettorale ci si era impegnati al massimo, ma con un certo nervosismo e senza quella giovanile baldanza che aveva caratterizzato fino ad allora  le campagne dei Kennedy. Infatti, i sondaggi davano in vantaggio McCarthry e i primi risultati parevano confermare questa tendenza.   

RFK era nella sua camera d’albergo di fronte al televisore. Nelle stanze attigue i suoi collaboratori, con il fiato sospeso.

Poi sui teleschermi apparve la foto di Bob. Aveva vinto. E stava vincendo anche  nel South Dakota, uno Stato particolarmente difficile. All’alba i risultato erano definitivi. L’entusiasmo andò al massimo.  

Sul suo volto tornò il consueto sorriso. Una grande folla si riversò nella hall dell’albergo. Tenne un breve discorso dove annunciò che la prossima tappa, ormai era Chicago sede della Convention nazionale. Poi, per evitare di essere sommerso dalla folla esultante, passò dalle cucine dell’albergo. Fu assassinato mentre attraversava un corridoio lungo questo percorso inconsueto.

Ma in questo articolo, più che dell’attentato, ci soffermiamo su un personaggio troppo dimenticato, perché il suo messaggio politico, dopo più di cinquant’anni,  è di forte attualità 

La figura di Robert  Kennedy è stata,per lo più, presa in considerazione di riflesso a quella del fratello Presidente, come uno dei suoi più validi collaboratori (come Ministro della Giustizia si impegnò a fondo contro le mafie e la criminalità organizzata) ma dopo la tragedia di Dallas  assunse la leadership della Nuova Frontiera e  rivelò una forte leadership.

John Kennedy trasmetteva sicurezza, Bob era impulsivo, trasmetteva emotività. Entrambi si distinguevano per quel coraggio morale, che segna la distanza dai politici interessati solo al consenso elettorale.

Così, ad esempio, i due Kennedy inviarono le truppe federali per garantire l’accesso all’Università agli studenti afroamericani, senza preoccuparsi del crollo di popolarità negli Stati del Sud. E il coraggio morale emerse con tutta evidenza durante la crisi dei missili a Cuba. Autorevoli personaggi sostenevano la necessità di invadere l’isola. Ma Bob si oppose con forza a risolvere la crisi con un intervento militare E il Presidente fu d’accordo con lui.

Dopo Dallas, durante la presidenza Johnson,  RFK si batté far finire la guerra in Vietnam con una pace di compromesso. Riteneva che la diplomazia americana avrebbe potuto giocare sulle divisioni fra Hanoi Mosca e Pechino per ottenere che il nuovo Vietnam fosse un Paese non allineato. 

Mostrò anche una profonda sensibilità per i problemi sociali e per quelli delle minoranze etniche. Per sconfiggere la povertà delineò un piano straordinario per la casa e un progetto speciale per l’occupazione. E lo fece con il consueto ardore. 

Ha rilevato Ted Sorensesn che benché provenisse da un ambiente sociale distante dalle sofferenze della povera gente, John riusciva egualmente a comprenderle e a tenerne conto nella sua azione di governo ma Robert le sentiva su di sé( T.Sorensen, L’eredità dei Kennedy ,Milano 1971, p.131)

Infatti, parlando a Cincinnati, esclamò: “Questo paese può fare meglio e deve fare di più affinché il mondo che daremo alla prossima generazione sia migliore di quello che abbiamo ereditato dalla precedente”. L’entusiasmo del suo elettorato cresceva : i genitori portavano i figli “a vedere il futuro Presidente”.  

Il 2 marzo 1967, tenne uno storico discorso  Attaccò duramente la politica di Johnson e, in particolare, i bombardamenti su Hanoi. Dopo aver ammesso lealmente di condividere le responsabilità di errori passati, accusò la Casa Bianca di avere intensificato la guerra. Concluse esclamando: “Non siamo andati in Vietnam per recitare la parte dell’angelo vendicatore. Ormai dovrebbe essere chiaro che i bombardamenti del Nord non pongono fine alla guerra nel Sud ma che, piuttosto la stanno prolungando”.( T.Sorensen, op.cit. , p.181).

Un altro episodio del nuovo ruolo politico di RFK si ebbe nel ‘68 quando, dopo l’uccisione di Martin Luther King esplose la collera della popolazione di afroamericana. Il senatore Kennedy entrò nei ghetti in rivolta perché – come scrive Bisiach, – “era forse l’unico bianco in America in grado di essere ascoltato” ( Il Presidente, Roma, 1990, p.134): era stimato e amato per le sue battaglie contro la discriminazione razziale.

Il 31 marzo, Johnson annunciò che non si sarebbe ripresentato alle elezioni e Robert Kennedy divenne di colpo il candidato più accreditato anche se battere il vice presidente Humphrey, che poteva contare sull’appoggio della Casa Bianca, non sarebbe stato facile. Ma RFK suscitava l’entusiasmo della gente. 

In politica internazionale affermò: “Non vogliamo trasformare il mondo a nostra immagine e non accetteremo che il mondo sia trasformato a immagine di una qualsiasi società o di un qualsiasi credo dogmatico”.

Una sfida al comunismo ma anche una precisa presa di distanza dai fautori dell’esportazione dei valori dell’ Occidente considerati come l’ espressione paradigmatica della civiltà.

Alla prospettiva di un mondo in cui le  diverse culture non sono mortificate ma si rispettano e si amalgamano si unisce la valorizzazione della qualità della vita che emerge dal suo discorso sul bilancio sociale delle nazioni. E’ il celebre  discorso sul PIL.

Da notare che lo pronunciò nel 1967, quando ancora il mondo viveva i fasti dell’industrializzazione. I concetti di sviluppo sostenibile, di globalizzazione, d’impatto ambientale erano ancora ignoti al mondo politico e all’opinione pubblica. 

Eppure, Bob  ricordava ai banditori della società opulenta che non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow–Jones. “…Perché il Pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette  [ …] comprende la distruzione dei boschi e la morte dei fiumi, la produzione di armi”. 

E  sottolineò altresì che il Pil “non tiene conto dello stato di salute delle nostre famiglie, della qualità dell’educazione dei bambini e della gioia dei loro giochi. E’ indifferente alla decenza delle nostre fabbriche ed alla sicurezza delle strade. […] Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali né della giustezza dei rapporti tra noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né le nostre conoscenze né la nostra saggezza[…]. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita valevole di essere vissuta e può dirci tutto sull’America eccetto se siamo orgogliosi di essere americani”. ( si veda  V.Veltroni,Il sogno spezzato. Roma 1983  p.48)

Con Robert Kennedy alla Casa Bianca la politica internazionale avrebbe avuto un volto diverso. E  Veltroni ha sottolineato che anche il ’68 sarebbe stato profondamente diverso. Avrebbe espresso il suo aspetto innovativo invece della frustrazione e del senso d’impotenza che lo ha spinto a degenerare in nichilismo. Il corso della storia sarebbe cambiato. 

 

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