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8 Marzo, la Festa rimane ma cambia la prospettiva Società

Firenze – Il giorno della Festa delle Donne, per le strade di Firenze, sembra un giorno anonimo, un giorno come tanti. Quello delle molte macchie gialle sparse qua e là, mazzolini o ciuffetti di mimosa portati in mano o nei cestini delle bici, è un colpo d’occhio che negli anni va rarefacendosi. Se ne vedono pochi, e non certo per il calo della fornitura dovuto a pazze fioriture anticipate. Di mimosa ce n’è eccome, ne sono sature le botteghe dei fiorai, si trova ovunque, smerciata da venditori improvvisati o – cosa più rara – generosamente offerta dai commercianti alle proprie clienti. Eppure latita, tra le mani delle festeggiate. Colpa dei prezzi troppo alti? Forse. La mimosa è un fiore povero, ma in media si vende a 5 euro al mazzetto. Nei mercati all’aperto le formule proposte sono più flessibili: si va da un minimo di un euro per un rametto buono per un’asola a mazzi arricchiti da orchidee, dai 4 ai 15 euro. Il prezzo, tuttavia, è una giustificazione che non convince per un simbolo. C’è dell’altro e lo si comprende bene parlando con le donne stesse.

L’8 marzo è una festa la cui ragione d’essere (o meglio, di sussistere) spacca in due le opinioni, che diventano a loro volta fucine di schegge e frammenti di nebulose più o meno alimentate da luoghi comuni o ideologie ormai stantie e, più raramente, considerazioni veramente personali, autentiche, originali. Favorevoli e contrarie: si parte da qui. Il fervore è relegato nella militanza che fu femminista della prima ora, oggi mamma di quarantenni e nonna. “L’8 marzo è sacro”, tout court. È sacro e va celebrato, anzi, onorato. “È il giorno dell’affermazione dei diritti e della parità, non dell’uguaglianza. Uomini e donne non sono per niente uguali”. È un orgoglio, questo, quasi rabbioso: diverse significa migliori, con buona pace della guerra al darwinismo sociale al contrario e dell’uscita dal ghetto. La storia di questa giornata è conosciuta, ma le opinioni col pugno chiuso spesso degenerano in confusioni, per cui si finisce di buttare nel calderone veramente di tutto: femminicidio, disparità economico-sociali, quote rosa e persino “un vocabolario, come quello italiano, maschilista. Meglio quello inglese”.

ragazza con mimosaQui la mimosa naturalmente c’è, e se potesse essere sventolata come un fazzoletto, lo sarebbe con piacere. Anche molte donne anziane ne hanno un po’, per tradizione, per lo più. Le macchie gialle, sparute, sparse per le vie, sono queste. All’uscita delle scuole e delle università se ne vedono molte meno, quasi nulla. Come ovunque, anche qui è il simbolo a essere rispettato, ma il senso di questa giornata muta profondamente. Figlie e nipoti non la pensano come mamme e nonne. Si ha l’impressione che se quella ragione di sussistere dell’8 marzo possa essere messa in discussione, il processo alla Festa della Donna verrà proprio da qui, dalle giovani donne. Pur nella solita e giusta varietà di opinioni, a prevalere sembra una disarmante obiettività: “che senso ha festeggiare?”.

Il filone opposto e contrario è questo. La differenza salta agli occhi anche nei toni, al punto che sembra proprio che il tormento delle madri si sia tradotto in pacata obiettività delle figlie. “Si festeggia il Natale, Halloween, la Pasqua – dice una studentessa del Michelangelo – si festeggia qualcosa che non capita tutti i giorni, qualcosa di eccezionale, nel senso letterale del termine. Le donne non sono un’eccezione”. Chiedo se conosce la storia dell’8 marzo. La conosce, e al muro di quella storia inchioda una disamina lucida e spietata della parabola sociale, politica e sindacale che ha portato fino ad oggi: una parabola a curva discendente, disegnata – dice – dal fallimento. “Se cento anni dopo siamo fermi al punto in cui un uomo mi deve fare gli auguri per la Festa della Donna, non vedo cosa ci sia da esser tanto contente”. Secca. Dunque, niente mimosa. “Niente mimosa e niente di niente, è un giorno come tanti e farebbe un gran bene alle donne viverlo come tale. Invece molte lo vivono come un orgoglio senza capire che si autoinfliggono una grande offesa”. Concentrare l’attenzione sul dito, insomma, offende la luna e ridicolizza l’osservatore. È questo il sentire delle più giovani. Tra il dito e luna, del resto, ci sono sempre meno macchie gialle.

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