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9 novembre: storie e personaggi prima della caduta del Muro Opinion leader

Firenze –  Sono passati trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino che il 9 novembre 1989 sancì la fine della guerra fredda e aprì la strada alla riunificazione della Germania.

Negli anni precedenti l’evento storico lavoravo come corrispondente per l’agenzia Ansa a Bonn, allora capitale della Repubblica federale, la Germania Ovest.  Il mio collega nella Repubblica democratica tedesca DDR, la Germania Est era Riccardo Ehrman , il giornalista che è diventato una sorta di eroe grazie a una domanda fatta al portavoce del governo tedesco nel corso di una conferenza stampa in diretta televisiva, durante la quale il ministro della propaganda, Günter Schabowski, doveva spiegare le nuove regole in base alle quali i cittadini tedesco orientali potevano ottenere l’autorizzazione a recarsi nei Laender occidentali.

Riccardo si limitò a chiedere da quando il nuovo regolamento sarebbe entrato in vigore e Schabowski invece di dichiarare quanto tutti si aspettavano tipo “nei prossimi giorni dopo che avremo fatto i preparativi necessari ai confini”, non seppe cosa rispondere e, alla fine, gli scappò un  “ab sofort”, da subito, che ebbe l’effetto della pistola di uno starter: un’ondata umana irresistibile abbatté il muro che nel corso degli anni era costato la vita ad almeno 200 persone fra quelli che tentarono di scavalcarlo.

Migliaia di persone scesero per le strade di Berlino: superarono i posti di blocco aperti dalle guardie, che a loro volta non sapevano bene cosa fare, e si ricongiunsero con amici e parenti che abitavano a Berlino Ovest. Nei giorni seguenti iniziò lo smantellamento del Muro e le immagini di pezzi di Muro abbattuti, e di persone festanti alla Porta di Brandeburgo, fecero il giro del mondo.

Anche per chi come me era stato fino a pochi anni prima corrispondente dalla Germania ciò che accadde quella sera fu una sorpresa. Il leader della Spd Willy Brandt si era ripetutamente detto convinto che la sua generazione non avrebbe potuto vedere la riunificazione tedesca.

La storia ha dei momenti nei quali tutto si accelera improvvisamente, ma se ci voltiamo indietro vediamo che quell’evento straordinario in realtà era stato preparato da tanti altri fatti più o meno visibili che avevano contribuito a portarlo a maturazione: come il frutto che cade dall’albero.

Prima di quel fatidico 1989, quando l’Ungheria aprì le sue frontiere con l’Austria favorendo la fuga di 13mila persone e in autunno esplosero le proteste in tutta la DDR che provocarono le dimissioni del leader comunista Erich Honecker , nel menù informativo del corrispondente da Bonn c’era ogni giorno l’andamento dei rapporti intertedeschi: i tentativi di fuga, le storie amare dei dissidenti come il poeta e cantautore tedesco Karl Wolf Biermann.

Nel 1976, avendo criticato la DDR durante un concerto, Biermann fu privato della cittadinanza e gli fu impedito il rientro nel Paese per “grave violazione dei doveri di cittadino“: tale espatrio coatto provocò grandi proteste sia nella Germania dell’Ovest sia in quella dell’Est.

Erano gli anni nei quali governava la coalizione fra socialdemocratici e liberali, gli anni in cui era stato avviato un dialogo costante fra i due stati tedeschi. La Bundesrepublick non riconosceva la DDR come stato, ma le due capitali si erano accordate per scambiarsi delle Vertretungen, rappresentanze che funzionavano come luoghi di negoziato continuo soprattutto per venire incontro ai problemi umani delle famiglie che erano state divise dalla costruzione del muro del 1961.

Nonostante la distensione, il regime di Honecker continuò a mantenere una politica decisamente repressiva nei confronti dei dissidenti. Tra loro Biermann, insieme con Robert Havemann, guidò un circolo di artisti e scrittori impegnati nella richiesta di riforme democratiche. O il gruppo di Rudolf Bahro, che scriveva sulla rivista Die Alternative. Anche Bahro fu arrestato ed espulso.

Fra coloro che erano riusciti ad andare all’ovest c’era Elisabeth von Schnitzler,  che era figlia del più importante dirigente della televisione della DDR  Karl-Eduard von Schnitzler intellettuale e giornalista che conduceva  programmi televisivi: il suo impegno maggiore fu, dal 1960 al 1989, Der schwarze Kanal, trasmissione di propaganda che analizzava la programmazione delle emittenti tedesco-occidentali (seguite in modo clandestino anche nella Germania socialista) al fine di evidenziare quelle che, dal punto di vista della DDR, erano falsità e mistificazioni.

Perché Elisabeth aveva scelto di andarsene pur appartenendo a una famiglia che rientrava nell’alta nomenklatura del regime comunista? Un giorno – raccontò – assistette senza essere vista a una riunione della SED, il partito comunista tedesco, durante la quale quello stesso genitore, che ogni giorno svelava le cosiddette mistificazioni della tv occidentale, rideva insieme con gli altri della credulità della gente di fronte alle falsità che lui stesso diceva.

Fu uno shock per lei, perché ciò che udiva travolgeva tutti gli ideali nei quali era cresciuta. Decise così di andarsene e ci riuscì grazie all’allora suo consorte, un direttore d’orchestra ungherese.

Due personaggi erano al centro della questione dissidenti e del passaggio di cittadini da est a Ovest. Per anni avvocato difensore dei dissidenti Wolfgang Schnur, fondatore nel 1989 del Partei Demokratischer Aufbruch, il partito del risveglio democratico, fu successivamente accusato di aver passato informazioni sui suoi clienti alla Stasi e condannato a un anno con la condizionale.

Il secondo personaggio era l’avvocato Wolfgang Vogel che faceva la spola con l’ovest a nome di Honecker per contrattare con Bonn l’espatrio dei dissidenti. Il governo federale era infatti disposti a pagare forti cifre di denaro per ridurre il livello di tensione fra i due Stati. Fu tra coloro che contrattarono lo scambio fra la spia sovietica  Abel e il pilota americano dell’U2 Gary Powers, l’episodio raccontato dal film Il ponte delle spie di Steven Spielberg. Erano fra i personaggi più cercati dai giornalisti soprattutto nelle settimane che precedettero il 9 novembre.

C’erano però anche persone che, per scelta, non tentarono mai di andarsene come Joachim Gauck, cresciuto nella DDR e diventato pastore protestante, una delle figure centrali del primo movimento d’opposizione, il Neues Forum. Gauck è stato presidente della Repubblica federale di Germania dal 2012 al 2017.

Nel 60° anniversario del Campo profughi di Marienfelde, Gauck ha ricordato che i suoi figli, gran parte della famiglia scelsero la fuga: “Mi ricordo dell’iniziale indifferenza per gli addii, che apparivano così normali, ma che non lo erano affatto. Poi giungevano le sensazioni di tristezza e di vuoto. Avrei voluto che quasi tutti fossero rimasti e che avessero rafforzato le fila dei dissidenti della DDR. Ma con quale diritto avrei potuto negar loro la speranza di una vita in libertà, il desiderio di felicità e di svilupparsi e crescere secondo il loro talento?”.

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