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A proposito di Flaubert: il fallimento di Emma B.

Pistoia – Nel 1857 Gustave Flaubert (1821-1880) pubblicò non senza difficoltà il proprio romanzo Madame Bovary, forse inconsapevole della portata e del successo di quest’ultimo e della sua longevità. Oggi è riproposto a grandi linee – circa 150 anni dopo- da Dario Pontuale nel breve saggio L’intramontabile Emma (Kogoi Edizioni, 2015). Questo libello fa parte della collana Ex libris, raccolta di cinquanta brevi rielaborazioni di grandi opere che, seppur tutti conoscono, alcuni forse non hanno letto o potuto apprezzare. Si tratta dunque di un piacevole invito alla lettura del complesso romanzo francese. È spontaneo domandarsi il motivo del successo di un’opera che fa parlare di sé dopo più di un secolo: argomenti cruciali come la morte e la sensualità attirano il lettore, ma lo stile, basamento sul quale l’opera si sviluppa, è impersonale ed oggettivo. La scelta stilistica di Flaubert lascia il lettore in uno stato di incertezza, poiché presenta la realtà senza filtri o, come affermerà Verga qualche anno dopo “gliela getta in faccia’’. Inutile aggiungere che il processo “per oltraggio ai buoni costumi e alla morale pubblica e religiosa”, conclusosi a favore dell’autore, ne ha solo aumentato la notorietà.

Come Pontuale spiega approfonditamente, e Flaubert narra distaccatamente, Madame Bovary è tormentata da un desiderio incessante, e in apparenza inappagabile, di superare la monotonia e la mediocrità e di valicare i limiti del grigio quotidiano. Questa “eterna attesa” della donna è alimentata dai personaggi che la circondano, uno più dell’altro ritratto inconsapevole di insuccesso e monotonia. A tal proposito lo stesso autore scrive “Avete riflettuto […] sulla serenità degli imbecilli? La stupidità è qualcosa di incrollabile”.

Sono molteplici e varie le opere e le composizioni che rimandano a questo mesto e incompreso desiderio: In un’altra vita Ludovico Einaudi, accompagnato al piano da un quartetto d’archi, lo esprime al meglio, sebbene con toni meno distaccati e calcolati, ma più emozionanti ed esasperati. Tuttavia questo metodo più scientifico è ben lontano dall’essere facilmente realizzabile; lo stesso autore lo definisce un “Dio Esigente” e a questo proposito scrive “La frase è lenta a venire. Che diavolo di stile ho intrapreso?”. Ma è proprio per questa sua caratteristica che Flaubert è considerabile uno dei precursori del Naturalismo e del Verismo, seppur rifiuti di essere etichettato come tale. Infatti questo stile impersonale, largamente trattato nell’Intramontabile Emma e già caricaturato all’epoca in modo ironico da Achille Lemat nel celebre “Sezionamento di Emma”[1], è tipico delle due correnti, come è tipica la denuncia sociale di queste. La stessa signora francese, imbevuta di ideali romantici, si toglierà la vita: in questo modo Flaubert condanna il romanticismo.

È palese che Emma, spinta da queste idee fuori dalla realtà, estraniata dall’ambiente circostante, si uccida convinta di andarsene senza soffrire, velocemente e da “eroina”. Convinzione errata. Si ha qui l’ennesima dimostrazione dell’incapacità dei personaggi che la circondano: il marito, ufficiale sanitario, non riesce a salvarla e la poveretta muore tra atroci sofferenze senza dimostrare alcunché. È proprio questo il fallimento di Emma Bovary e il fallimento, con lei, di tutti gli ideali romantici e della piccola borghesia da cui ella stessa proviene.

 

[1] Famosa immagine in cui l’artista rappresenta Flaubert nell’atto di estrapolare il cuore dal corpo della protagonista, dopo averne fatto l’autopsia. Ironico il fatto che lo scrittore provenisse da una famiglia di medici.

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