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Alberto Scandone, l’epopea di una generazione

Firenze –  Erano in tre seduti  a un tavolo del  ristorante al Fico d’India di Palermo, la sera del 21 novembre 1969, alla vigilia del convegno “Mediterraneo 70. Per l’autodeterminazione e il progresso dei popoli, contro la politica dei blocchi”. Tutti e tre hanno lasciato un’impronta  nel percorso di formazione di un ventenne studente di filosofia.

Uno di loro, Eric Rouleau, era allora un giornalista di Le Monde esperto del Medio Oriente, successivamente ambasciatore francese in Tunisia, consulente di Francois Mitterrand, scomparso un anno fa. Un giornalista aperto e coraggioso, figura prestigiosa di riferimento per un giovane che aspirava a entrare nel mondo dell’informazione internazionale.

Il secondo Wael Abdel Zwaiter , intellettuale raffinato,  era il rappresentante in Italia dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che tre anni dopo sarebbe stato ucciso dai killer del Mossad come ritorsione per l’attentato di Monaco che costò la vita a 11 atleti della rappresentativa d’Israele ai Giochi olimpici.

Anche il terzo sarebbe morto tragicamente, nel 1972, una delle 115 vittime dell’incidente di Punta Raisi, quando un DC 8 dell’Alitalia si schiantò contro Montagna Longa. Alberto Scandone era il padrone di casa, giornalista dell’Ora di Vittorio Nisticò e animatore del Comitato Palermo per la pace, che aveva organizzato il convegno in ideale continuità con i Colloqui Mediterranei di Giorgio La Pira sindaco di Firenze.

Non lo avrei mai più rivisto nel poco tempo che gli restava da vivere. Eppure  quel giovane trent’enne (era nato a Firenze nel 1942) è rimasto una presenza costante della coscienza e del ricordo e solo ora ne comprendo distintamente il motivo grazie al libro di Aldo Bondi uscito in libreria in queste settimane nella collana Synodia de Il Pozzo di Giacobbe: “Quando il futuro governava il presente. La  storia di Alberto Scandone, un politico pressato dalla Grazia”.

Come spesso accade, infatti, la sua vita vissuta con grande intensità e partecipazione, con intelligenza e onestà, con un inesausto e entusiastico e soprattutto sincero flusso interiore,  in qualche modo consegna alla storia  le aspirazioni e il sentire interiore di un’intera generazione.

Di  Scandone si ricorda l’impegno politico caratterizzato da una  dedizione totale. Non fu un’eccezione in un tempo che spingeva molti giovani a considerare la missione politica al di sopra delle esigenze personali. La sua era  di fare qualunque sforzo per arrivare all’unione delle tre grandi componenti popolari della sinistra di allora per rendere l’Italia una democrazia compiuta: i socialisti, i cattolici democratici, i comunisti.

Partito dalla militanza verso i valori unitari che animarono la Resistenza (recuperare “l’atmosfera morale e culturale del CLN”)  e cresciuto nella Firenze lapiriana “crogiolo di singolari germinazioni” (Bondi)  dove vivevano, insegnavano e lottavano grandi personaggi del mondo cattolico e di quello laico, Scandone si schierò dapprima con i socialisti di Riccardo Lombardi  nella stagione del primo centro sinistra. Fu dirigente del la Federazione giovanile socialista con lo scopo di  battersi per un “partito nuovo” né socialdemocratico né leninista, come strumento di lotta del movimento operaio.

La sconfitta della sinistra socialista lo portò progressivamente ad avvicinarsi al PCI attirato dal corso che il partito aveva intrapreso, dalle sue aperture e le sue eresie rispetto al dogmatismo sovietico, che avrebbero poco dopo dato forma all’eurocomunismo di  Enrico Berlinguer. Lavorò a Roma con Tonino Tatò all’Ufficio stampa, quindi all’Ora di Palermo come notista politico. Nella definizione del “compromesso storico” di Berlinguer c’era molto delle analisi e dei suggerimenti che provenivano da quel giovane fiorentino.

Il merito del  libro di Bondi, tuttavia, non è solo quello di ricostruire la personalità politica e il ruolo storico di Scandone  con ricchezza di fonti e una attenta lettura delle lettere e degli articoli da lui scritti. L’obiettivo dall’autore è quello di presentarci il processo di maturazione spirituale del giovane nel suo continuo mettere al vaglio critico tutte le esperienze, senza nessun cedimento al comodo compiacimento e al compromesso né materiale né intellettuale.

“Non sono politico di potere – scrive in una lettera del 1967 a Giorgio Manacorda – non sono professionista, sono viandante e piazzista, servus servorum ecclesiarum, due distinte e inseparabili”. Dove colpisce – commenta Bondi – “non tanto la consapevolezza dell’andar ‘navigando’ e ‘viaggiando’, quanto la dichiarazione di essere a servizio, ma come ‘viandante e piazzista’ di due istituzioni, delle due chiese, la cristiana e la comunista, a cui sente di essere legato”.

Attraverso la sua mente fervida, dotata di una straordinaria capacità di cogliere il nocciolo dei problemi, di qualunque ordine fossero – politico, teologico, spirituale, internazionale – Scandone ha fatto procedere su binari paralleli, ma in costante dialogo fra di loro, come in uno specchio,  il cammino di Fede con quello dell’Istituzione ecclesiastica, criticandone l’eredità tridentina e la rigidità conservatrice delle gerarchie, ma soprattutto seguendo con attenzione e partecipazione  i fermenti delle comunità locali suscitate dal  messaggio rinnovatore del Concilio di Papa Giovanni.  Le tappe delle sue riflessioni sono affidate agli articoli che scriveva per l’Astrolabio, Rinascita, l’Unità e che Bondi riporta spiegandone i punti di arrivo.

Il titolo del libro di Bondi, che ha pubblicato in modo più esteso il frutto del suo lavoro di ricerca in un precedente volume   (“Tra Gramsci e Teilhard. Politica e fede in Alberto Scandone – 1942-1972”Edizioni di Storia  e Letteratura) non nasconde la nostalgia per un periodo, quello dell’Italia a cavallo degli anni 60 e 70, nel quale la qualità degli uomini e dei loro ideali andava oltre le miserie e le bassezze della politica al tempo della Guerra Fredda.

Scandone nella sua breve vita ne è stato uno dei testimoni .  “Il ricordo delle promesse e delle speranze di questa giovane vita, così atrocemente straziata sulla montagna lunga, varrà anch’esso, per quanti lo conobbero, a respingere le tentazioni della volgarità e della paura”, scrisse Ferruccio Parri sull’Astrolabio.    

Foto: Alberto Scandone parla al 1° Convegno dell’Associazione Nuova Resistenza di cui è stato uno dei fondatori

 

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