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Aldo Moro: lo statista, il giurista, il giudizio della storia

Firenze – La memoria di Aldo Moro ha finito per concentrarsi sul rapimento e l’assassinio dello statista democristiano per mano delle Brigate rosse. Ma con questo recente libro, edito da Il Mulino, Guido Formigoni, docente di Storia contemporanea all’Università Iulm di Milano, studioso della politica estera italiana, autore di molte pubblicazioni sul mondo cattolico intende riscoprire nella sua interezza un protagonista della storia italiana a cento anni dalla sua nascita. Ne traccia, quindi un ampio profilo: l’intellettuale, il fine giurista, il dirigente delle associazioni cattoliche, il costituente, il politico, lo statista. Cogliendo in modo incisivo i caratteri di fondo del pensiero e dell’iniziativa politica di Moro, l’autore chiarisce alcuni interrogativi che i commentatori politici si sono posti fin dagli anni  ’60.

Formigoni  evidenzia che il ruolo storico di  Moro è stato ed è tuttora controverso: “Ebbe in vita estimatori senza riserve e detrattori accaniti”. E  osserva che nella pubblicistica si sono perpetuate interpretazioni contrapposte, giacché Moro viene, di volta in volta, indicato come  “demiurgo dell’ allargamento della democrazia”, come  “il grande mediatore civile” capace  “ di cogliere i cambiamenti essenziali del paese”,  oppure.al contrario, come “ il  cinico conservatore trasformista” o addirittura come  “l’involuto e oscuro custode degli arcani del potere”  o  “il  pigro levantino insabbiatore di ogni processo innovativo”.

L’approfondita ricerca di Guido Formigoni ci consente di dare una risposta a questi interrogativi, a queste visioni antinomiche ma  l’autore rileva anche che nella sua vicenda  “si può leggere in controluce tutta la storia di una classe dirigente cattolica…che ha gestito una lunga fase del governo  dell’Italia”.

Quando Moro divenne Presidente del Consiglio, nel dicembre 1963, la sua azione di governo fu considerata più cauta, moderata, addirittura esitante rispetto all’attivismo di Fanfani (leadership volitiva la definisce Formigoni) che aveva inaugurato  l’esperienza di centro-sinistra.  Eppure,  le destre interne ed esterne alla Dc che ne osteggiavano la svolta a sinistra, consideravano Moro il vero avversario e lo temevano più delle correnti di sinistra.

In effetti, Formigoni chiarisce bene che il suo disegno di ampio respiro mirava a portare tutta la Dc allo storico appuntamento con i socialisti proprio per rafforzare il centro-sinistra. E alcuni anni dopo, cogliendo i segni dei tempi, Moro  disegnò una terza fase della politica italiana che ponendo fine alla conventio ad excludendum nei confronti del Pci avrebbe dovuto dare nuova vitalità alla dialettica democratica.

Molti videro in questa mossa il tentativo di imbrigliare il Pci che guadagnava consensi elettorali  ma  Formigoni sottolinea giustamente che non era così:  Moro non pensava di associare al Pci al governo (non a caso rifiutò il compromesso storico di Berlinguer) sapendo che non c’erano le condizioni interne e internazionali;  pensava piuttosto ad una fase di avvicinamento per coinvolgere il Pci sul terreno della difesa delle istituzioni democratiche, in modo da favorire il suo processo di revisione ideologica e politica.

Quando stava realizzando questo disegno con il  governo della non sfiducia, ci furono il rapimento e l’uccisione di Moro da parte delle Br e la nuova esperienza politica si esaurì rapidamente. Proprio analizzando l’azione politica di Moro, questo libro contribuisce, dunque, anche a fare luce sui motivi del suo sequestro e della tragica fine.

Ma l’ampia ricerca di Formigoni esamina anche la sua opera di fine giurista,  il suo ruolo  nella stesura della Costituzione, (aveva appena 30 anni quando fu eletto alla Costituente). La sua visione politica maturò, appunto “nell’esperienza straordinaria e creativa di elaborazione della Carta  fondamentale della Repubblica in cui ebbe un ruolo di giovane ma già affermato protagonista”. Inoltre, il libro approfondisce  la sua figura  di intellettuale cattolico amico di lunga data di Paolo VI, la profonda spiritualità  che non gli impedì, però, di essere attento difensore della laicità della politica specie quando la gerarchia ecclesiastica mostrava forti riserve nei confronti del centro sinistra.

Altre pagine particolarmente significative riguardano  la frequentazione e la condivisione delle battaglie del gruppo dossettiano nelle quali maturò la convinzione che il problema politico  essenziale del dopoguerra era il progetto di Stato democratico e sociale delineato nella prima parte della Costituzione.  Ma dalla  collaborazione (che era anche  ammirazione) con De Gasperi  ricavò la constatazione  che la  Dc  poteva muoversi in quella direzione solo “portandosi dietro faticosamente  la gran parte del moderatismo italiano”. Da qui l’ esigenza di  unità  di  un  partito composito e “ il  corollario di una politica di convergenze con altri partiti  democratici …” che –sottolinea Formigoni(p.376) –  era  utile  per gli equilibri con il retroterra ecclesiastico ma anche per l’allargamento progressivo  dell’inclusione civile, nel quadro delicatissimo della guerra fredda”.

Formigoni rileva anche che Moro fu il simbolo di una stagione in cui “la pacata riflessione e la comunicazione di analisi e ragionamenti costituiva la funzione del leader di partito e in qualche modo anche del leader di governo”.

Di conseguenza,  pur essendo “ tra quelli che vollero portare la politica in televisione (non solo quella di governo, ma anche di opposizione), ma non aveva il carisma e la velocità, o la vis polemica, per ‘bucare lo schermo’, come oggi si dice”.

E’ noto, d’altronde, che il suo linguaggio era molto criticato. E si ironizzava sull’ossimoro  convergenze parallele  che gli fu attribuito dalla stampa ma egli non l’aveva usato. I suoi  lunghi discorsi furono tacciati di essere noiosi, oscuri, per addetti ai lavori. Molte critiche al suo modo di esprimersi erano però sostanzialmente frutto di malevolenza o di opposizione politica, in quanto i suoi progetti – il centro-sinistra, il dialogo con i comunisti – avevano oppositori acerrimi”.

Moro fu il principale stratega del centro-sinistra e della  “solidarietà nazionale”, ma anche a lungo guida del governo e della politica estera italiana. La sua esperienza assunse un carattere drammatico (come suggerisce il sottotitolo del libro) non solo per il violento epilogo ma anche per la crescente difficoltà nel tenere assieme Stato e società, innovazione e tradizione,  cambiamento e coesione, in un sistema sociale e politico messo a dura prova dalla transizione degli anni Settanta.

 

 

 

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