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Cossiga: l’enigma dell’ottavo Presidente della Repubblica

Firenze – Una politica avvitata su se stessa, che pensa solo in termini di spartizione di potere, incapace di autoriformarsi e dunque destinata a naufragare sugli scogli delle inchieste giudiziarie di Mani pulite. C’era però uno statista di lungo corso che aveva capito che l’intero sistema era entrato in crisi e che questa avrebbe portato al disastro finale della cosiddetta Prima Repubblica. Si chiamava Francesco Cossiga ed era l’ottavo inquilino del Quirinale.

Questa lungimiranza, tuttavia, non servì, né a lui né ai suoi colleghi dei palazzi del potere, per fermare il crollo dei partiti e la caduta dei loro leader. Il mondo aveva chiuso l’era della Guerra fredda e dello schieramento ideologico fra capitalismo e comunismo dopo che il secondo si era arreso e in Italia l’effetto fu quello di regolamenti di conti e di ambizioni ormai del tutto fuori dalla realtà.

Ogni tentativo di quell’esponente politico democristiano, che aveva salito giovanissimo tutta la scala della carriera politica e ne aveva anche subito colpi durissimi di scelte difficili e laceranti e di tragici eventi, rimase vano. Alla fine decise di abbandonare il ruolo istituzionale che aveva così puntigliosamente osservato fino ad allora per entrare direttamente nello scontro anche personale e nella polemica.

Il suo obiettivo era quello di contribuire allo smantellamento di quel sistema fatiscente? Rimase vittima del suo carattere fragile e riservato, diviso fra la consapevolezza di una superiorità intellettuale e culturale e l’ossessione di quei “fantasmi del passato” da cui voleva che anche gli altri si liberassero?

La risposta rimane un mistero, anche appassionante per chi ama lo studio degli uomini che hanno avuto ruoli di primo piano nella storia. Un contributo importante per avvicinarsi alla comprensione della personalità e del ruolo storico di Francesco Cossiga è ora la pubblicazione del diario di Ludovico Ortona, che ne fu il capo dell’Ufficio Stampa, dal titolo “La svolta di Francesco Cossiga, Diario del Settennato  (1985 – 1992)”, Aragno Editore.

Il merito principale del libro sta nella onestà e nella sincerità delle note e osservazioni che Ortona riportava ogni giorno e che propone ai lettori con una immediatezza tale da renderle di appassionante e partecipata lettura. Tale sincerità balza agli occhi in particolare quando racconta della sua attività professionale. Diplomatico di carriera, Ortona era stato distaccato dal 1979 presso l’Ufficio diplomatico di Palazzo Chigi e aveva lavorato con Cossiga, Forlani e Spadolini. Dopo quella esperienza diventerà ambasciatore a Lisbona, Teheran e Parigi.

Quando il primo fu eletto presidente, il 24 giugno 1985, lo chiamò per il posto di consigliere stampa, con una scelta che già la diceva lunga sulle sue intenzioni di tenere il rapporto con la stampa a un alto livello di riservatezza dopo la stagione mediatica di Sandro Pertini. I suoi contatti con i direttori e i quirinalisti sono dunque raccontati con la razionalità e la secchezza semplice e rigorosa del  rapporto di un ambasciatore il cui compito è raccontare i fatti e capirne la dinamica interna. A chi è del mestiere fa una certa impressione positiva vedere con quale entusiasmo l’autore riferisce di essere riuscito a far capire il messaggio che il Quirinale voleva arrivasse ai cittadini e nello stesso tempo con quale attenzione cerca di individuare la fonte o l’ispiratore degli articoli. Potrebbe essere un testo molto utile alle scuole di giornalismo per studiare come funziona il servizio stampa di una grande istituzione.

Ne risulta una cronaca della crisi che tiene sempre alta l’attenzione del lettore di un volume di più di 620 pagine, suddiviso in otto capitali che portano il titolo di un movimento sinfonico che corrisponde al tempo che Cossiga aveva impresso a ciascun anno di presidenza: si parte dal “lentissimo senza fretta”  e dal “largo serioso” di un presidente la cui “preoccupazione principale era che ciascuno nel nostro Paese si arrogasse sempre il diritto di fare il lavoro dell’altro senza dedicarsi a conoscere bene quale fosse il proprio”, scrive l’autore, al “mosso crescendo” fino al “prestissimo tumultuoso” degli ultimi quattro anni, quelli che lo porteranno al nomignolo di “picconatore”.

L’uomo dalle esternazioni continue e incontrollate, quasi flusso della coscienza, dialogo con se stesso ma destinato ai giornali. Un comportamento che molti attribuirono alle crisi depressive (“che in qualche modo ritengo potessero essere anche collegate a taluni eventi che lo avevano fortemente segnato nel passato, dal caso Moro, al caso Donat Cattin”), o addirittura a una forma di pazzia. Ma non era pazzo: “La svolta che iniziò timidamente nel 1988 ma che ebbe vero inizio nel 1989 fu certamente collegata alla sua lenta presa di coscienza di un paese che non riusciva a liberarsi del suo passato”.

Ed è questa la considerazione che aiutò Ortona, insieme a quella del dovere di “un servitore dello Stato”, a rimantre al suo fianco anche in quegli anni di fuoco quando erano saltati tutte le mediazioni giornalistiche, quando il consigliere stampa non aveva più alcuno spazio per la gestione delle notizie: non erano notizie, ma battute spesso irate e fuori dalle righe, che crearono sconcerto e portarono persino a richieste di impeachment.

L’autore fissa il momento cruciale della presidenza Cossiga nel messaggio sulle riforme istituzionali che inviò alle Camere nel 1991, che rappresentava più di tutto il resto il punto di arrivo delle riflessioni su come uscire dal marasma provocato dalla caduta del muro: “Ciò che non si comprese – scrive – è che il fondo del suo pensiero era ben articolato, frutto di una riflessione di anni e sempre rivolta al bene dell’Italia che avrebbe dovuto a suo avviso procedere speditamente alle riforme di cui aveva  bisogno”.

Sta in questa incomprensione il carattere tragico del personaggio Cossiga. A un certo punto si accorse che i fantasmi del passato (per esempio l’organizzazione segreta anticomunista Gladio) lo avevano stretto come in una trappola che lo teneva  indissolubilmente legato alla nave che stava affondando. Non lo ascoltavano perché nessuno aveva fatto la necessaria autocritica per poterlo capire. Allora si mise a gridare.

 

 

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