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Daniel e Schulim: un figlio racconta con amore e ironia la storia del padre

Firenze – Nell’altro secolo i padri non raccontavano volentieri ai figli le loro vicende più drammatiche e dolorose. E i figli ancora più volentieri non chiedevano di traumi che non volevano turbassero la loro esistenza in tempo di pace e di prosperità. Così, quando arriva l’età della riflessione e dei perché non risolti, molti di noi hanno dovuto faticare per ricostruire vicende ed esperienze familiari e collettive che fanno parte del loro bagaglio esistenziale.

A Daniel Vogelmann, che ha visto morire il padre Schulim quando aveva 26 anni, è andata un po’ meglio. “Qualcosa è giunto miracolosamente fino a me”, dice, anche perché il genitore avrebbe davvero voluto raccontare la sua storia e prima di morire, nel 1974, aveva già predisposto una scaletta e un inizio: “Sono nato su un treno mentre la città bruciava”. Invece, di ricostruire da storico le tappe della vita paterna, ha deciso di farlo in prima persona, partendo proprio da quell’incipit bello e sorprendente.

Ne è nato un volumetto di una cinquantina di pagine “Piccola autobiografia di mio padre” edito dalla casa editrice che Daniel ha fondato nel 1980, La Giuntina, che negli anni ha pubblicato circa 500 titoli sulla cultura ebraica ed è un punto di riferimento degli studiosi e degli amanti della letteratura. L’editoriale è  nata sulla Tipografia Giuntina, che era stato il punto di approdo del padre quando nel 1921 si trasferì a Firenze dalla natia Polonia, assunto da Leo Samuel Olschki e alla quale ritornò segnato dalla terribile esperienza di Auschwitz, dove morirono la moglie Anna e la figlia Sissel Emilia.

L’attenzione del lettore si concentra su quei mesi di non vita circondato dalla violenza e dalla morte, con un unico pensiero fisso, sopravvivere. Bene ha fatto l’autore a presentare il libro nei giorni della memoria , perché la testimonianza di Schulim da lui ricostruita è emblematica di tante diverse storie individuali di quei condannati a morte dalla follia umana.

Si scopre per esempio che si è salvato perché era fra i mille della lista di Schindler. Così si conferma quanto sia stato positivo il film di Spielberg nel dare alla immaginazione dei più giovani figure, luoghi, l’evolversi del contradditorio rapporto fra bene e male, umanità e malvagità.

Il luogo è il campo di Plaszow, quello comandato da Amon Goeth, dove il padre di Daniel fu trasferito dal lager della morte grazie al fatto di essere un operaio specializzato, un tipografo, e di conoscere il tedesco e il polacco. “Scoprii che molti prigionieri erano andati a lavorare a Cracovia nella fabbrica di utensili di un certo Schindler … riuscii a intrufolarmi fra quegli operai”, procede il racconto, salvandosi dalle “marce della morte”, i trasferimenti a tappe forzate dei pochi prigionieri rimasti, tantissimi dei quali morirono. Schulim fu così fra quegli operai che Schindler portò a Brunnlitz in Cecoslovacchia e fu liberato dai russi l’8 maggio 1945.

Nei trent’anni successivi i traumi di quell’esperienza restano sullo sfondo di una vita familiare tranquilla, proiettata sui figli e i loro problemi, raccontati da Daniel – Schulim con la leggerezza sorridente che hanno fatto dell’autore non solo un grande editore ma anche uno dei più noti collezionisti e interpreti del grande tesoro umoristico della tradizione ebraica.

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