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Datini e l’azienda di oggi: costruire l’Imprenditore Magnifico

Prato – All’origine della moderna economia di mercato c’è anche un signore di Prato che alla fine del Trecento organizzò una delle più geniali reti mercantili in un mondo più piccolo (non c’erano ancora l’America e l’Oceania)  ma, con le dovute eccezioni, altrettanto globalizzato di questi primi decenni del terzo millennio.

Si chiamava Francesco di Marco Datini, figlio di un taverniere rimasto presto orfano e senza familiari che ne potessero favorire carriere e proventi. Nell’arco di una quarantina d’anni (è nato intorno al 1335 e morto nel  1410) dette vita a “un’impresa con un’identità forte e dinamica, un mix di discipline e competenze, una razionalità strategica  non lineare ispirata da un complessità motivazionale”. Dunque un gruppo imponente di attività commerciali alle quali affiancò anche attività produttive.

Datini ovviamente non avrebbe usato parole delle scienze aziendali, che a beneficio dei manager di oggi traducono il primo fenomeno di impresa nella sua accezione contemporanea: infatti “seppe scegliere un adeguato assetto societario e organizzare un efficace management, strutturò il suo gruppo aziendale alla stregua di una Holding Company”.

In una parola superò il modello medievale e inserì  l’attività economica, le sue regole e  la sua dottrina nel grande movimento del l’Umanesimo e del Rinascimento che ha lanciato l’uomo alla conquista di se stesso e del suo ambiente naturale.

Ecco perché un attore economico di 600 anni fa è un modello “per imprenditori del futuro”. Ben più di un caso di scuola per manager, bensì un’inesauribile fonte di idee, intuizioni, esperienze, criteri per operare e portare la propria intrapresa al successo.

Le mette in fila queste idee Irene Sanesi , economista della cultura, fino al 2016 vice presidente dell’Istituto internazionale di storia economica Francesco Datini di Prato. E’ stata dunque conservatrice delle oltre 150mila lettere commerciali e 600 registri contabili lasciate dal mercante, che fanno di Prato, come dicevano storici della levatura di Fernand Braudel e Federigo Melis che lo hanno fondato, “luogo in cui definire e aggiornare lo statuto scientifico della storia economica e sociale”.

A dispetto di queste premesse, il libro di Irene Sanesi “Buona ventura, lezioni italiane di storia economica per imprenditori del futuro” (edizioni Il Mulino, con una introduzione di Angela Orlandi e una postfazione di Luca Paolazzi) non è un saggio di storia economica, ma qualcosa di molto più interessante per i destinatari: gli imprenditori che – scrive l’autrice – “ancora credono nell’importanza di riportare dentro l’impresa la visione d’insieme”, ma anche chi studia fenomenologia e tendenze dei loro comportamenti. Partendo dall’assunto che non si può pensare al futuro “senza avere consapevolezza delle radici”.

Si tratta di un vero e proprio manuale di management scritto con un approccio interdisciplinare che si serve del pensiero e dell’azione di Datini per mettere a fuoco virtù e strategie di un’impresa all’interno dell’ipercomplessità del nuovo mondo globalizzato e digitalizzato. Per comprendere il quale occorre far funzionare “un’intelligenza che valorizzi il contesto e il complesso e divenga attitudine a organizzare la conoscenza”.

Le premesse maggiori sono i fattori che condussero Datini al successo:  “Una robusta istruzione, il reinvestimento degli utili nell’ambito dell’impresa e nella sua internazionalizzazione (Datini reinvestiva l’85% dei proventi), un’innata propensione al rischio e all’innovazione, l’attenzione alla reputazione e all’affidabilità nelle relazioni, il rapporto imprenditore collaboratori caratterizzato da forti elementi di tipo meritocratico e da affidabilità e lealtà, perché in un cluster di variabili e all’interno di modelli d’attesa i rapporti fiduciari diventano garanzia di stabilità da un lato e di creatività dall’altro.  ”.

Da questi discende la regola fondamentale,  “l’accettazione del nuovo come valore”: mettersi in discussione, uscire dagli schemi in base alle variabili percepite grazie alla capillare rete informativa.

Questi precetti di base sono declinati nei termini che siamo abituati a leggere nei manuali di management, ma che proprio grazie a Datini trovano maggiore sostanza operativa. Come tutto ciò che definisce un’impresa a responsabilità sociale, “che dà centralità a una visione umanistica dell’azienda e dell’imprenditore come motori di sviluppo e acceleratori di crescita, non solo economica”: il saper coinvolgere, la divisione degli utili non commisurata al capitale versato ma alla qualità del lavoro dei soci, la reputazione che dipende in larga misura dalla percezione esterna e ambientale costruita legittimando il proprio ruolo attraverso relazioni solide e leali.

“L’azienda come stabile organizzazione inserita in un ambiente globale – scrive Sanesi –  non è un bene statico, bensì un dispositivo di progettazione per il futuro e quanto più articolato sarà il suo portato cognitivo, tanto più riuscirà a governare gli eventi  e a porsi come elemento vitale nel contesto”.

Gradualmente l’autrice arriva così alla definizione dell’Imprenditore Magnifico, quello cioè che merita l’appellativo del signore primo del Rinascimento. Di questo itinerario citiamo per esempio la virtù della resilienza: “E’ resiliente colui che sfrutta l’incertezza per progettare soluzioni alternative e non punta a essere il miglior giocatore ma a inventare nuovi giochi, facilita la partecipazione e la co-progettazione in azienda”

Francesco Datini misurò la sua fortuna con un patrimonio di 107mila fiorini d’oro, parte dei quali lasciò all’Arte della seta di Firenze perché realizzassero  struttura di accoglienza “per i gittatelli “, i neonati abbandonarti che la compagnia avrebbe trasformato nel progetto del futuro Ospedale degli Innocenti disegnato da Filippo Brunelleschi.

“Buona ventura”, dunque, che era il saluto con cui spesso i mercanti si congedavano nelle loro missive, a tutti coloro che faranno tesoro dei consigli del bravo e geniale mercante di Prato.

Immagine: Francesco Datini

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