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Dopo il centenario: protagonisti e lezioni della Grande Guerra

Firenze – E’ passato un anno dalle iniziative per il centenario della Grande Guerra e stando un po’ lontani dal volenteroso fervore dei bilanci “eventi e anniversari” forse si può apprezzare di più e meglio un libro che proviene da un territorio operoso, pacifico, ricco di storia e cultura, come il Mugello.

Attenzione: tutti i borghi, le città, le campagne italiani hanno dato il loro contributo di vittime, dolore e sofferenza al primo conflitto dell’età moderna che è costato all’Europa la vita di 55 milioni di persone con 35 milioni tra feriti, mutilati e invalidi. I morti italiani furono 1,24 milioni, 651mila militari e 589mila civili.

Le operazioni belliche hanno tuttavia visto tra i protagonisti un borghigiano, il generale Guglielmo Pecori Giraldi, comandante della I Armata, una delle quattro grandi unità militari. L’alto ufficiale si distinse nelle varie fasi della guerra, sull’Isonzo, nel fermare la tremenda offensiva della cosiddetta Strafexpedition degli austro-ungarici nel 1916, nella cosiddetta “Battaglia dei tre monti” che “segnò l’alba della nostra rinascita militare”, come scrisse un ufficiale sotto il suo comando.

La storia di Pecori Giraldi raccontata da Aldo Giovannini così legata al territorio in cui era nato e così ricca di episodi che impreziosiscono questo legame (per esempio la spada disegnata da Galileo Chini che i suoi concittadini gli donarono quando il re lo insignì del titolo di Maresciallo d’Italia) è uno dei capitoli del volume di Marco Pinelli e Bruno Becchi dal titolo “Igiene del mondo o inutile strage? Aspetti della Grande guerra a cento anni dalla sua conclusione (Edizioninoferini).

Insieme ai contributi dei due curatori, il libro contiene i testi e le immagini della mostra itinerante realizzata dallo Stato Maggiore dell’Esercito italiano all’interno del municipio di Borgo San Lorenzo e la documentazione di altre iniziative collaterali che la città organizzò nella settimana dal 23 al 28 ottobre 2018.

C’è la Grande guerra raccontata dal cinema a cominciare dall’omonimo film di Mario Monicelli, i canti dei soldati, alpini e fanti, che costituiscono una patrimonio musicale e culturale rimasto unico nella storia della musica popolare italiana, ricordati da Marilisa Cantini. Ci sono i ritratti di Marta Morolli di grande impatto per l’intensità con la quale esprimono il dolore e le sofferenze delle famiglie italiane.

Marco Pinelli è l’autore anche di un saggio sull’equipaggiamento dei soldati italiani, armi e uniformi: la conferma dell’approccio a tutto tondo, basato su documenti, dati oggettivi, ricostruzioni storiche, cronologie e analisi scientifiche che caratterizza il lavoro di Pinelli e  Becchi.

Questo approccio rende il libro utile e interessante, modello di come manifestazioni effimere legate a circostanze e anniversari possono lasciare tracce permanenti a disposizione di tutti e in particolare delle giovani generazioni che sono ormai molto distanti da quei fatti e da quei protagonisti. Non c’è più un nonno che tiene vivo il ricordo di quella grande tragedia che ha segnato una tappa importante nella formazione di una comunità nazionale.

Non è perciò solo un affresco documentario quello che gli autori ci offrono. Quel di più necessario che dà un segno preciso agli eventi bellici dei primi venti anni del secolo scorso è contenuto nel titolo che evoca il dilemma interpretativo di quanto accadde allora.

Sintetizza i due schieramenti, interventisti e neutralisti: la guerra “igiene del mondo” era la provocazione del gruppo dei futuristi guidati da Filippo Tommaso Marinetti, l’ala estrema degli interventisti, un coacervo di interessi economici, politici, militari e ideologici; “L’inutile strage” e “il suicidio dell’Europa civile” furono invece gli impotenti e dolorosi gridi di dolore del Papa Benedetto XV interprete primo della sensibilità del mondo cattolico che la guerra spezzava in fronti nemici.

In due lucidi capitoli dedicati all’entrata in guerra dell’Italia, ad alcuni nodi storiografici  e alle conseguenze della pace di Versailles, Bruno Becchi inquadra storiograficamente le vicende e i personaggi raccontati nel libro: “La novità più rilevante era rappresentata dalla presenza delle masse nella vita politica…- conclude – In una spirale propagandistica ammantata di toni propri della peggiore demagogia, i detentori del potere avevano promesso lavoro per tutti, migliori condizioni di vita, terra per i contadini e altro ancora. Tutte queste promesse crearono grandi aspettative, ulteriormente amplificate dalla rivoluzione bolscevica… Il corso della storia si incaricherà poi di dimostrare come, sotto ogni punto di vista, tali aspettative fossero destinate a rimanere insoddisfatte e quanto simili speranze fossero infondate”.

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