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Figure del Dono: l’arte come libertà contro la morale dell’utile

Firenze –  Nel momento dell’esplosione della bellezza, quasi insostenibile per la gigantesca perfezione raggiunta dai suoi interpreti  – del Nuovo Museo dell’Opera del Duomo, del Battistero restaurato, dei capolavori esposti alla mostra Bellezza Divina di Palazzo Strozzi – vale la pena soffermarsi un momento a riflettere sull’arte contemporanea.

Lo possiamo fare grazie a un libro di Gianni Pozzi “Figure del Dono”  (Pisa University Press), uscito nelle ultime settimane. Il sottotitolo suona  “Dispendio, reciprocità me impegno nella pratica artistica  quotidiana” ed è già questo indicativo della messa a fuoco di un percorso dell’arte contemporanea che ha molte consonanze con gli scrigni delle meraviglie dei musei e dell’arte sacra ritrovata.

Gianni Pozzi insegna Storia dell’Arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze e, grazie alla lunga attività giornalistica, spicca nella comunità dei critici d’arte per la sua capacità di tradurre in parole semplici e comprensibili per i non addetti ai lavori concetti complicati, spesso rarefatti quali sono quelli della ricerca e della sperimentazione nelle arti figurative.  Nel 1989 pubblicò “Teste a sorpresa”, uno studio sui falsi  Modigliani trovati nei Fossi medicei di Livorno, che è stato un grande successo editoriale.

Ma perché le “figure del dono” sono un capitolo dello stesso libro della bellezza che oggi si sfoglia a Firenze, con il risultato di ricreare il sentimento della meraviglia di cui questa società post moderna sente il bisogno?

“Il motivo del dono – scrive Pozzi nell’introduzione – ha permesso di riunire, sotto un denominatore comune, atteggiamenti considerati troppo spesso separatamente: relazionalità appunto, impegno sociale e coscienza ambientale, partecipazione alla società virtuale della rete”.  Il dono  è infatti il massimo marcatore semantico della ricerca disinteressata, l’esatto contrario della morale utilitaristica che ha finora dominato le nostre società trasformate in mondo della produzione e pertanto impegnate in una competizione economicistica a tutti i livelli della vita relazionale.

Dal momento che solo la libertà del dono “interrompe il concetto economico dell’utile e apre lo spazio dell’arte”,  una storia degli ultimi decenni di attività artistica non può che fare proprio questo filo concettuale per trovare i momenti topici nei quali essa tocca la vetta del messaggio universale.  Da questo punto di vista l’artista e il filosofo si incontrano sullo stesso terreno, perché essi “vivono il passaggio tra una ricerca necessariamente disinteressata e l’interesse a ridisegnare il mondo”.

Andiamo dunque a studiare sotto la guida di Pozzi i più interessanti e più riusciti frutti  di questa attività in quello che si può tranquillamente definire uno straordinario manuale dell’arte contemporanea.  E la prima esperienza che facciamo da lettori è confrontarsi con la complessità dei punti di vista, degli approcci e delle motivazioni del dono, ai quali corrispondono le diverse ispirazioni. In questo lavoro di chirurgia concettuale e psicologica, l’autore è aiutato dal lavoro primigenio sull’argomento, quel Saggio sul dono di Marcel Mauss, pietra miliare dell’antropologia culturale.

Per citare solo alcune stazioni di questo percorso. L’impegno sociale e ambientale ha avuto un forte impatto negli anni 70 quando artisti come Hans Haacke e Joseph Beuys lavorarono sul problema del rapporto arte /natura. All’inizio degli anni 90,  l’evento New Public Art in Chicago portò a una ridefinizione di arte pubblica mentre il mondo si lanciava nella globalizzazione. E così via, tappa dopo tappa, fino ad arrivare a Mario Mariotti, un artista che è stato recentemente riproposto come il propugnatore dell’arte come festa e come gioco. “Realtà, verità, trauma, relazione e impegno per cambiare questa realtà – scrive Pozzi – sono dunque i termini attorno ai quali si costituisce e si riconosce una nuova situazione: sfondo opportuno per queste nostre figure del dono alla luce delle quali rileggere alcuni capitoli della ricerca artistica odierna”.

Torniamo allora alla nostra ipotesi di partenza. Gli artisti contemporanei  raccontati da Pozzi trovano il punto di incontro con i giganti del passato riproposti in questi giorni a Firenze, per i quali il frutto più importante della libertà artistica, il dono, era trasmettere dentro ciascuno di noi la forza pacificatrice, dunque profondamente religiosa, della bellezza.

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