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Fortuna, passione e diplomazia: la breccia di Porta Pia

Firenze – La breccia di Porta Pia e l’annessione di Roma all’Italia sono affidate all’iconografia e appaiono un episodio tutto sommato minore nell’epopea risorgimentale. In realtà si trattò di una vicenda complessa nella quale gli aspetti militari e diplomatici furono strettamente connessi.

Le varie sfaccettature delle questione sono oggetto di un approfondito esame nel recente saggio di Hubert Heyriès La Breccia di Porta Pia. 20 settembre 1870 (Il Mulino 2020).

Il libro analizza come si arrivò alla presa di Roma che siglò simbolicamente l’unificazione del paese e mostra che un intreccio di passioni e cautele, di delicate tattiche diplomatiche e di congiunture favorevoli diede il via alla fulminea campagna che dal 12 al 20 settembre portò alla conquista del Lazio e dell’urbe.

Fondamentalmente, l’aspetto militare della presa di Roma che in genere è stato trascurato e anzi marginalizzato. “È vero – rileva Heyriès – “che i fatti d’arme in quanto tali si concentrano in una sola settimana, dal 12 al 20  settembre 1870 (dopo tutto, l’impresa dei garibaldini del 1867 non dura molto di più), ma in realtà la conquista militare di Roma ha conosciuto una sequenza cronologica ben più lunga”.

Il libro percorre a uno a uno questi piani, mettendo però al centro una dettagliata cronaca del fatto militare, della sua preparazione, del suo procedere città dopo città: fino alla famosa breccia aperta a cannonate nelle mura di fianco a Porta Pia e all’ingresso, alle 10 del mattino del 20, dei primi fanti e bersaglieri nella città eterna, mentre sulle mura e sulla cupola di San Pietro veniva issata bandiera bianca.

Ma viene effettuato un focus anche sulle origini della questione romana, di come questa divenne una sorta di ossessione per i patrioti ma anche dei sostenitori del potere temporale della Chiesa. Interessanti anche i risvolti della Convenzione di settembre  con l’evacuazione dei francesi da Roma mentre l’esercito italiano costituiva un corpo di osservazione  che avrebbe dovuto servire a bloccare eventuali tentativi rivoluzionari  ma che avrebbe potuto trasformarsi facilmente in un corpo di spedizione.

Quindi analizza lo scenario che si delineò quando, a seguito della sconfitta francese a Sédan  e alla  fine del Secondo impero si presentò l’occasione per annettere Roma e il Lazio al Regno d’Italia.

Heyriès mostra la cautela con cui agì il governo italiano. Un giro d’orizzonte nelle cancellerie europee rivelò che non c’erano sostanzialmente riserve a questa soluzione della questione romana. Così, fallito ogni residuo tentativo di accordo con il papa fu deciso l’intervento militare ma anche questo con particolari cautele per non provocare un bagno di sangue e per non avere ripercussioni negative nell’opinione pubblica internazionale.

E poiché le grandi potenze pretendevano garanzie sulla sicurezza del papa Heyriès sottolinea che “ciò impose un’azione prudente e una politica di piccoli passi, poiché l’Italia continuava a essere esposta alle conseguenze di eventuali ripensamenti del «concerto» internazionale a favore del papa”.

Tra l’altro, inaspettatamente, le maggiori remore vennero da Bismarck che non voleva inimicarsi la cattolica Baviera mentre la reazione dell’Austria-Ungheria fu abbastanza modesta.

Il governo italiano – scrive Heyriès – esaltò il compimento di una missione iscritta nella storia, ovvero il raggiungimento dell’unificazione della patria, la liberazione di Roma dall’oscurantismo religioso e dai mercenari stranieri, incarnati dagli zuavi pontifici . Mostrò volontà di conciliazione e di apertura per rassicurare la comunità internazionale, ma inutilmente perché da parte pontificia si cerò di trasformare l’inevitabile disfatta militare in una vittoria politica.

Il papa e il comando pontificio – si legge nel libro – senza dimenticare gli zuavi che ardevano dal desiderio di battersi per ragioni ideali fortemente radicalizzate, consideravano la città eterna come l’ultima roccaforte da difendere, la nuova Gerusalemme da proteggere con una nona crociata.

Il libro ha, inoltre, alcuni capitoli dedicati alla costruzione di un luogo della memoria negli ultimo decenni del XIX secolo; poi alla lenta caduta nell’oblio, dopo la prima guerra mondiale.

Hubert Heyriès Storico militare, insegna Storia contemporanea nell’Università di Montpellier III. Studioso di Garibaldi e del garibaldinismo, ha pubblicato anche «Les travailleurs militaires italiens en France pendant la Grande Guerre» (2014) e, per il Mulino, «Italia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta» (2016, premio Acqui Storia).

 

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