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Francesco Baracca, eroe semplice di una guerra ingiusta e crudele

Firenze – Che senso ha per un poeta raccontare, in un romanzo, di un eroe dei cieli, così come era stato definito Francesco Baracca? Nel centenario dell’ingresso in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, esce infatti “E se brucia anche il cielo” (Frassinelli) di Davide Rondoni, creativo ed originale scrittore e uomo di cultura.

Francesco Baracca, mitico aviatore, con il cavallino rosso (che diventerà poi il celebre simbolo della Ferrari) in bella mostra sul suo Caproni, tenne a battesimo le prime squadriglie, coinvolte, via via che la guerra procedeva, non solo nei duelli aerei del fronte italo-austriaco, ma sempre più a contatto con le battaglie di trincea, mitragliando dal cielo il nemico.

Un eroe, in sostanza, in virtù della sua stessa giovane età (morì a trent’anni e le circostanze della sua fine sono ancora avvolte in un alone di mistero), un mito che con il tempo è stato fortunatamente sottratto a certa retorica di parte.

Nel romanzo di Davide Rondoni Baracca viene presentato appunto con gli entusiasmi, gli interessi, gli amori di un giovane (si veda l’epistolario in parte ricostruito dall’autore, con le giovani amate dal pilota) e del tutto insofferente ai toni retorici delle parate o delle occasioni mondane che intorno al suo mito venivano realizzandosi. La divisa delle grandi occasioni gli stava stretta, come le scarpe spesso prestate, che di malavoglia calzava, quando doveva presentarsi per essere decorato o elogiato ufficialmente.

Lo sfondo è quello, totalmente spogliato da ogni intento celebrativo, della vita e della morte di trincea, in cui migliaia di uomini avevano avuto modo di incontrarsi per la prima volta: il siciliano con il veneto, il toscano con il calabrese, lingue e dialetti completamente diversi, mescolati e impastati di fango, di sangue, dello stare spalla a spalla per mesi interi in uno spazio ristretto. L’ingiustizia della guerra, la malvagia ottusità dei superiori, tante vite spinte al macello senza un perché.

Questo lo scenario che lo stesso Davide Rondoni  tiene a far rivivere nelle sue pagine, durante la guerra che più di altre ha cambiato radicalmente le modalità di combattimento, i parametri etici del rispetto per il nemico e,  in sostanza, lo stesso volto della morte. Insomma, neanche la morte era quella di sempre, faceva per questo anche più paura, come faceva paura al giovane, e pur coraggiosissimo, Baracca il fuoco, la possibilità di bruciare nel suo velivolo e lo stesso vuoto, in quanto era crudelmente vietato agli aviatori l’uso del paracadute. Che avrebbe potuto offrire una via di scampo ai combattenti dell’aria, limitandone però (secondo l’ottusa visione militare dell’epoca) l’ardimento, che doveva spingere alla secca alternativa di vincere o perire.

Ma c’è altro forse, a spiegare il perché di questo libro da parte di un poeta. La guerra come metafora della condizione umana, in primo luogo, in cui viene a infrangersi smarrirsi, per poi riproporsi sotto una luce del tutto diversa, qualsiasi mito; ma anche l’amore per il volo, innanzitutto, quello delle rondini cui guarda con grata sensibilità il protagonista da bambino e più avanti il volo dell’aereo, nella solitudine della carlinga, come forma di ricerca, di approfondimento, tutto interiore (basti pensare, in questo senso, al Gabbiano Jonathan Livingston di R.Bach), e per quanto riguarda Baracca, un approssimarsi al disincanto, al distacco tipico di chi ha comunque consuetudine con la sofferenza, il dolore, l’insensatezza.

Ma c’è di più: l’interesse che l’autore del romanzo coltiva per la capacità di mettersi in gioco, per la sfida  e il correre il rischio, da non intendersi come puro gesto estetico, ma come necessità intima di mettersi alla prova, di misurarsi, di dare un senso, in fin dei conti, anche al proprio stare al mondo.

Francesco Baracca era romagnolo, di Lugo ( qui il monumento all’aviatore, qui il museo a lui dedicato); un omaggio dunque, e anche, da parte del romagnolo Rondoni,  ad un personaggio della sua terra.

Davide Rondoni sarà a Firenze per presentare il suo romanzo, “E se brucia anche il cielo”, il prossimo 28 settembre, con Sergio Givone, Enrico Gatta e chi scrive, alla Feltrinelli Red, di Piazza della Repubblica, alle ore 18. L’ingresso è libero. Un’occasione per rivisitare la straordinaria e drammatica vicenda di un giovane di un secolo fa e per riflettere sulle contraddittorie vicende di un periodo di storia, soprattutto e sperabilmente, insieme  ai giovani delle nuove generazioni.

 

 

 

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