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Gino Bartali e i Giusti toscani, la memoria del bene

Firenze – Nello zaino dei ragazzi che hanno partecipato all’iniziativa del Treno della Memoria, viaggio ad alto impatto emotivo ed educativo nelle reliquie della malvagità umana, c’era quest’anno anche un libretto denso di nomi e di storie di solidarietà umana: una specie di antidoto a quello che occhi ingenui  avrebbero visto nei macabri edifici di Auschwitz. Il libretto si intitola “Gino Bartali e i Giusti Toscani” (Ets editore) ed è il frutto di una ricerca di Alfredo De Girolamo, che assomma alla sua professione di manager delle imprese del settore utility anche un impegno di pubblicista e ricercatore del mondo ebraico e dello Stato di Israele.

Quando nell’estate del 2013 giunse la notizia che la Commissione dei 35 di Yad Vashem, il museo memoriale ufficiale di Israele delle vittime ebree dell’Olocausto,  aveva conferito il titolo onorifico di Giusto tra le Nazioni a Gino Bartali, De Girolamo decise di completare la ricerca sui 106 toscani che hanno meritato di entrare nella “memoria del bene” per aver aiutato senza interesse e mettendo a repentaglio la loro vita gli ebrei . Eroi moderni, come li definisce l’autore.

Il più noto è “Ginettaccio”, il campione di cui si racconta l’accordo con il cardinale Elia Dalla Costa, anche lui Giusto tra le Nazioni, per compiere missioni che gli potevano costare la vita: portare ad Assisi, nascoste nel tubolare della sua bicicletta da corsa, le fotografie di rifugiati ebrei  per consegnarle all’organizzazione del frate francescano Rufino Nicacci. Erano indispensabili per fabbricare documenti falsi da affidare ai molti ebrei  che si erano rifugiati nei conventi .

Nessuno osò fermare il campione che si stava allenando per centinaia di chilometri, riconosciuto e acclamato dai tifosi, al punto che poteva contare sulla sua popolarità per distrarre la polizia repubblichina e far passare clandestini da un treno all’altro alla stazione di Terontola.  Il riconoscimento per Bartali “è avvenuto a partire dalla testimonianza di Giorgio Goldenberg, allora bambino, che trovò rifugio nella cantina dell’abitazione del ciclista”, è scritto nella scheda a lui dedicata, la prima della parte del libro che raccoglie i profili dei 106 Giusti toscani.

E’  ricca la galleria degli “autori di gesti unici pieni di amore e solidarietà, amicizia e fratellanza”. Da don Arturo Paoli, che con i suoi confratelli ospitavano profughi e ricercati nella Casa degli Oblati del Volto santo a Lucca, al poliziotto “sovversivo” di Volterra,  Mario Canessa, che a Tirano, in Valtellina, faceva passare il confine svizzero a chi cercava di mettersi in salvo dalla persecuzione nazi-fascista, allo strano podestà antifascista di Coreglia Antelminelli, Giovanni Gelati, che riuscì a salvare la popolazione dalle rappresaglie tedesche.

Quei Giusti, individuati e riconosciuti – sottolinea De Girolamo – sono solo una piccola parte di tutti quegli eroi nascosti che si sono adoperati in quegli anni tremendi a salvare vite umane con atti di generosità disinteressata, di solidarietà umana che conforta la fiducia nelle possibilità di “rigenerazione morale anche nei momenti estremi”.  Soprattutto in Toscana e a Firenze, dove era nata una rete assistenziale per centinaia di profughi fuggiti dall’alta Italia e dalla Francia meridionale, messa in piedi dal rabbino Natham Cassuto, dal cardinale Elia dalla Costa e dal responsabile di Delasem Giorgio Nissim.  Anche per loro che è necessario raccontare e ri-raccontare le storie dei Giusti per capire cosa accadde davvero in quegli anni dominati dal nazismo e testimoniare “che ci fu anche chi seppe mettere a rischio la propria vita spinto dai valori umani”.

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