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Giornalismo e letteratura: diario corsaro di Marino Biondi

Firenze –  Non sono rimasti in tanti gli autentici “cacciatori di  letteratura”: uomini colti e raffinati che individuano e offrono al piacere della lettura le perle che riescono a raccogliere durante le loro incursioni nelle foreste profonde e inospitali della carta stampata.

Uno di questi è sicuramente Marino Biondi, già docente di Storia della critica e della Storiografia letteraria e Letteratura italiana all’Università di Firenze e prolifico saggista.

Dalla Società editrice fiorentina, è uscito nelle settimane scorse un suo singolare libro che raccoglie saggi che hanno come filo conduttore comune il fatto che sono stati scritti in occasione delle pubblicazioni a più voci realizzate in omaggio a colleghi che hanno lasciato l’insegnamento per raggiunti limiti di età.

“Un rito d’ambiente”, che gli ha offerto l’opportunità di riflettere e scrivere su argomenti che, per non corrispondere pedissequamente a specializzazioni, ruoli e routine, forse sarebbero rimasti al livello dei desideri mancati. Sono occasioni – scrive – “che danno libertà di azione e suggeriscono temi e pensieri in libertà”, dal momento che “la lettura è il nostro canto libero”.

Il titolo del volume “Letteratura, giornalismo, commenti. Un diario di letture”, conferma il carattere di un’opera che è una vera manna per chi ama cavalcare fra le letterature di tutto il mondo e si aggiorna su ciò che vale la pena di leggere.

Perché l’autore non lesina giudizi e confronti in un mondo nel quale si sono perse le gerarchie e le distinzioni di valore e qualità artistici. Dove tutto si confonde in una nebulosa di parole delle quali viene meno senso e significato. Allora diventa davvero fuori dell’ordinario farsi accompagnare dall’autore lungo percorsi ricchi di personaggi e scrittori della letteratura “di fondo”, ma anche di quella “di superficie”, secondo la classificazione di Gottfried Benn, dalle quali trarre schegge di genialità e di pensiero (almeno un poco più) forte.

“Nell’epoca della post verità e nel torrente mediatico delle notizie infondate, letteralmente senza fondamento (né possibile verifica) si rischia il naufragio nel ridicolo, nell’assurdo. Jonesco al confronto era un neorealista educato alle Frattocchie”, scrive l’autore nel primo dei saggi, “Romanzi fiabe critica cronaca politica. Si parva licet uno zibaldone” dedicato a Roberto Fedi.

Questa è l’ipotesi di lavoro dell’intero volume di oltre 500 pagine ed era perciò inevitabile che le sue riflessioni si soffermassero a lungo sul giornalismo, al quale è dedicata la sezione più ampia della raccolta. L’omaggio a Franco Contorbia è stata, infatti, l’occasione per offrire un percorso di lettura fra giornalismo e giornalismi, chiedendosi: “Che ne è del grande mestiere?”

Di fronte alle edicole di Firenze che vengono chiuse perché non vendono più giornali, tracce locali di una trasformazione epocale dell’informazione, Biondi cerca di individuare non solo i segni del cambiamento del mestiere, ma anche di intravedere ciò che di nuovo sta nascendo oltre le nebbie della crisi economica, del riapparire di regimi autoritari o aspiranti tali e della crescita deflagrante dei social.

La salvezza verrà proprio dalla letteratura? “Il ruolo della letteratura – scrive – sta nel fatto che essa si sottrae ai media (alla loro schiavitù), alla loro spropositata gonfiezza e bulimica iperconnessione (infoobesità), è più affidabile, meno condizionata”.

Per questo vale la pena mettersi con lui alla ricerca di un giornalismo delle origini, attraverso le grandi firme, come Bernardo Valli e Oriana Fallaci, per comprenderne meriti e difetti, approdando al new journalism dei libri inchiesta dei professionisti americani. Come quello di Michael Wolff su Trump scritto con “la tecnica della mosca sul muro”: diventare parte del paesaggio interno senza essere notati.

La verità trova rifugio in libreria e  il giornale diventa scrittura accettando il rischio di perdere il contatto con la massa, lasciandola in pasto ai social media che “esacerbano la disinformazione e determinano la polarizzazione”.

Niente paura. Le opere di grandi scrittori come “A Sangue freddo” di Truman Capote e, soprattutto gli ultimi prodotti del new journalism americano come “La vita segreta. Tre storie vere dell’era digitale” di Andrew O’Hagan, ma anche “Storie dal mondo nuovo” di Daniele Rielli dimostrano che il buon giornalismo coincide con la buona letteratura.

Nel passato e nel presente ci sono conferme indiscusse di questa verità: Dino Buzzati, Guido Piovene, che Indro Montanelli proponeva fra i classici da rendere obbligatori nelle scuole, Ugo Ojetti  e Enzo Bettiza. Pezzi di storia del giornalismo italiano ricostruiti con grande acutezza si confrontano con lo stato di crisi attuale di un settore vittima del “relativismo soggettivistico”, del “collasso della verità”, della fine dell’etica filologica, intesa in senso largo come ricerca, controllo e verifica fattuale dei dati.

Perché allora meravigliarsi che l’autore abbia tratto le sue considerazioni “sfogliando e leggendo libri-centauro, nati dall’amplesso tra giornalismo e scrittura”?: “Strano ma i giornalisti più che articoli ormai scrivono libri, o pensano a libri, scrivendo articoli”.

 

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