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Il capitalismo castrense e la crisi dello Stato

Firenze –  “Guerre finanziarie”, “Assalto ai mercati”, “Banche in trincea”, “Draghi mette l’elmetto”: sono innumerevoli le espressioni  mutuate dal linguaggio bellico che i cronisti finanziari usano tutti i giorni per raccontare le vicende del denaro e dei suoi simulacri. Secondo Michele Dattolo e Rodolfo Guiscardo non si tratta di metafore utili per drammatizzare la narrazione, ma esattamente ciò che esprime la dinamica del capitalismo contemporaneo, che  definiscono “Capitalismo castrense”, il titolo del  saggio che hanno pubblicate in questi giorni (Nicomp editore).

Il loro scopo è quello di riportare sotto l’ombrello di un unico paradigma ciò che accade alle economie globalizzate e alle società di riferimento, appunto il capitalismo in armi che si distingue dalle altre forme meno aggressive nelle quali esso si è presentato in passato, perché “ha mutuato con successo le forme organizzative del mondo militare”: “Il potere finanziario – scrivono –  avendo gradualmente soggiogato il potere politico e controllato il suo ricambio, ed avendo colonizzato altri contropoteri, come quelli di natura religiosa, riesce attraverso l’organizzazione bancaria a imporre ai popoli soluzioni funzionali ai propri profitti, anche se profondamente contrarie ai popoli stessi”.

Come sempre accade quando si vuole ricondurre realtà molto complesse, comunque contraddittorie e diversificate,  a un unico modello sono numerosi gli argomenti e le interpretazioni su cui si può discutere e molti anche quelli sui quali è difficile essere d’accordo con gli autori. E tuttavia il libro è interessante da leggere per una serie di motivi.

Il primo riguarda la professione e la formazione di Dattolo e Guiscardo. Il primo è laureato in Tecnologia industriale applicata ed è stato ufficiale effettivo dell’Esercito con  una particolare predilezione per la comunicazione e il giornalismo. Anche il secondo, laureato in Scienze politiche e in Scienze strategiche, è stato ufficiale effettivo dell’Esercito ed è consulente  per la programmazione, gestione e controllo degli Enti pubblici. Due militare dunque che parlano di economia, ma non c’è da stupirsi – avverte Dattolo  – “perché una militarità correttamente intesa include lo studio dell’economia in quanto determinante per l’esito del conflitto”.

Il saggio (sottotitolo:  Alla scoperta dei poteri forti) è stato scritto in forma di dialogo-intervista fra i due autori che cercano  di dimostrare,  con un buon apparato  bibliografico e molta conoscenza diretta per aver vissuto dall’interno eventi cruciali della vita non solo nazionale,  il loro assioma scegliendo fatti, scelte, dichiarazioni programmatiche e personaggi in un arco di tempo che parte dalla 2° Guerra  mondiale, quando sorse negli Stati Uniti quel “complesso militare –industriale” che Dwight Eisenhower, il generale presidente dopo Henry Truman, indicò come motivo del suo ritiro dalla politica.

Da allora si è venuta sviluppando la finanza castrense “che ha affidato al Governo americano e, in subordine a quello inglese e all’Europa, la funzione delegata di rappresentare i suoi interessi”.  “L’estrema diffusione dell’azione del capitalismo castrense, la profondità dei suoi effetti economici, culturali e  psicologici, la globalità dei fini, tutti convergenti alla conquista del potere totale, hanno portato all’affermazione di un’organizzazione che.. ..ha sempre più avvicinato la politica del capitale internazionale alle modalità operative delle organizzazioni militari”, al punto di “mettere in  gioco le società democratiche, perché può garantire il benessere delle popolazioni solo “in relazione a una giusta resa dei propri investimenti pianificati”.

Partendo da questi assunti, Dattolo e Guiscardo ripercorrono la storia italiana come un laboratorio nel quale il capitalismo castrense ha mostrato la sua strategia: indebolire i sistemi economici nazionali per costruire “un nuovo ordine mondiale” funzionale all’obiettivo di moltiplicare il profitto.  Anche l’abolizione della leva rientrerebbe in questo quadro:  la finanza con l’elmetto teme “la formazione di organismi militari nazionali e popolari che possano supportare efficacemente governi realmente consapevoli delle loro funzioni, del particolare ruolo e delle rispettive responsabilità”.

E’ stato nella prima metà degli anni 90 che l’Europa ha cominciato a fare proprie le istanze del capitalismo castrense, fino a ridurre lo Stato “all’ombra formale di se stesso” e la “consistenza etica della società”.  L’ultimo obiettivo  è l’accordo di partenariato transatlantico che finirà per colpire interessi  fondamentali dei cittadini quali sono la sicurezza alimentare, l’ambiente e i diritti dei consumatori.

Come dunque opporsi all’aggressione della finanza militarizzata? “La strada è quella di ristabilire la sacralità laica dello Stato, da intendere come espressione giuridica della storia della Nazione e della sua civiltà e come rappresentanza reale delle più profonde esigenze di tutto il popolo”, afferma Guiscardo.

Da quanto detto, nonostante gli aspetti  che non riescono a entrare nel paradigma castrense perché non tengono conto delle reali richieste di diritti e libertà provenienti dalla società ma vengono viste come espressioni di un caos di valori funzionale all’espansione della ricchezza finanziaria, si comprende il secondo motivo di interesse per la lettura del libro che, partendo da posizioni di moderato conservatorismo, rientra nel dibattito sempre più ampio sui guasti provocati alle società, alle economie e alla sovranità degli stati da parte di un potere finanziario mondiale del tutto fuori controllo.

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