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Il libro di don Ciotti: “L’amore non basta”, ci vuole giustizia

Firenze – Un libro di forte impatto, fin dal titolo. “Per occuparsi degli altri – scrive, infatti, Don Luigi Ciotti -l’amore è una base troppo fragile. Occorre il sentimento di giustizia, ossia una profonda empatia per le vicende umane, quel sentire sulla pelle le ferite degli altri che impedisce l’indifferenza, il giudizio e il pregiudizio, frutti velenosi dell’ignoranza. E ti fa sentire ogni forma di vita degna della massima cura e rispetto, includendo nel concetto di vita non solo quella umana”.

Concetti non solo profondi ma anche forti – tipici della personalità di Don Ciotti – emergono in questo libro che l’autore ha definito come una sorta di autobiografia collettiva “racconto corale delle vicende e soprattutto dell’impegno che ho condiviso insieme ad altri”. Quindi somma di esperienze, di relazioni sociali ,storie che ti scavano dentro. L’autore ripercorre i suoi 75 anni attraverso un noi fatto di nomi, volti, storie spesso drammatiche e di esperienze a cui ha dato vita come il Gruppo Abele 55 anni fa e Libera 25 anni fa.

L’amore non basta (Giunti Editore 2020) racconta un’esistenza fuori dal comune in una settantina di paragrafi scritti in modo incisivo e appassionato. Don Ciotti è infatti un sacerdote che non si limita alla cura delle anime ma si batte per una maggiore giustizia sociale, per una società dove tutti, a partire dai più fragili, siano riconosciuti nella loro libertà e dignità di persone. Un sacerdote che vive il Vangelo ma richiama anche alle responsabilità e ai doveri dell’essere cittadini. Una fede vissuta nello sforzo di saldare strada e dottrina, Terra e Cielo, immersa nella storia degli esclusi e dei dimenticati: il povero, il tossicodipendente, il detenuto, la prostituta, l’immigrato e la vittima delle mafie.

Il filo conduttore è la scelta della strada, di camminare a fianco degli ultimi. Don Ciotti ricorda che quando era ancora seminarista decise di uscire, di andare incontro ai ragazzi di strada, alle persone in difficoltà. Una decisione  dirompente per l’Italia degli anni ‘60 ma che trovò comprensione e sostegno nel nuovo arcivescovo di Torino Mons..Michele Pellegrino.

La consapevolezza, dunque che fosse necessario uscire dalla parrocchia, dall’oratorio per incontrare quelli che lì dentro non sarebbero mai entrati. Il simbolo della strada indica anche che la fede è cammino arduo se viene vissuta come una ricerca e non come un rifugio. Cercare Dio per andare incontro alle persone, accoglierle, sostenerle  denunciare le ingiustizie di cui sono vittime

Don Ciotti spiega che questo nasce dalla consapevolezza che le difficoltà di quelle persone sono il frutto di ingiustizia sociale, povertà culturale ,fatica esistenziale e che…solo per caso non eravamo noi stessi vittime. Oggi -scrive – vediamo l’ingiustizia in chiave assai più vasta rispetto al passato; l’ampliarsi spropositato del campo dell’informazione ci ha reso coscienti delle sua proporzioni globali. Aggiunge che i numeri della fame delle guerre fanno paura e sono tali che sembrano vanificare ogni nostro sforzo. Ecco che allora scatta la retorica del prima noi  per scacciare  problemi ritenuti superiori alle nostre forze ed estranei alle nostre responsabilità (p.304)

Peraltro, viene sottolineato che, impegnarsi per gli altri non significa divenire dei salvatori dei taumaturghi infallibili, in grado di raddrizzare ogni stortura. Occorrono proposte innovative anche da parte del volontariato che non può giocare in difesa travolto dall’aggressività di chi predica un cambiamento al contrario : figlio della paura anziché  della speranza

Questo libro esorta invece a “saldare la terra e il cielo”, ad avere come punto di riferimento   innanzitutto il Vangelo e poi la Costituzione . Perché “il Vangelo sta dalla parte dei poveri, degli umiliati degli esclusi, La Costituzione è stata scritta per dire mai più povertà,  mai più esclusione ,mai più disuguaglianze (p.174).

Nella parte conclusiva, l’autore esprime la gioia che continua a dargli la strada. Da quel 1964 quando, a Courmayeur, dopo aver assistito a un impresa alpinistica di Walter Bonatti rifletté sulla filosofia della montagna che chiede stabilità interiore, dove si sale per scendere anche al proprio interno, perché nel silenzio della montagna ci si ascolta.

Osserva che nelle sue Dolomiti il cielo non si specchia come nell’immensità del mare  ma il cielo lo vanno  ostinatamente a cercare.

E con il passare degli anni alcune domande“ Ce la farò a ritornare fin qui?…  vedrò  di nuovo questo  stupendo  panorama? Di conseguenza “mi mancheranno le forze per tanti tipi di salita? La risposta è nella speranza di avere lasciato tracce utili a proseguire il cammino. Con la consapevolezza che poi le tracce spariranno e il sentiero sarà tutto da inventare ma anche con la convinzione che nella natura umana  “c’è una scintilla che non si spegne e dice che c’è un disegno provvidenziale una natura umana capace di soffocare il peggio ed esprimerei il meglio che ha in sé.

“Negli anni in cui sono stato dirigente nazionale delle ACLI ho preso parte dell’adesione a Libera e all’inizio di un cammino comune che è stata una delle mie esperienze più significative anche per il privilegio  di conoscere Don Ciotti, una delle personalità di grande spessore della nostra epoca, profetico in senso biblico ovvero “colui che parla davanti”, che si contrappone a viso aperto alle iniquità e non si limita alla denuncia ma opera nel quotidiano per sostenere i diritti degli ultimi. Nei decenni successivi l’ho incontrato in varie occasioni e ogni volta è per me un’iniezione di forza morale, di speranza”.

LUIGI CIOTTI è nato nel 1945 a Pieve di Cadore, in provincia di Belluno. Ha fondato nel 1965 il Gruppo Abele, associazione che promuove l’inclusione e la giustizia sociale  A questo si è aggiunto un impegno di ricerca, informazione e formazione attraverso la realizzazione di un Centro studi (1975), della “Università della Strada” (1978), di una casa editrice (1983), di una libreria (1994), e delle riviste “Animazione Sociale” (1971) “Narcomafie” (1993) e “Lavialibera” (2020).

Il suo impegno si è poi allargato alla denuncia e al contrasto del potere mafioso con la realizzazione di Libera. Tra le sue principali opere: Chi ha paura delle mele marce? (Sei, 1992), La speranza non è in vendita (Giunti-Gruppo Abele, 2011), Un prêtre contre la Mafia (Bayard, 2015), L’eresia della verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017), Lettera a un razzista del terzo millennio (Edizioni Gruppo Abele, 2019), Per un nuovo umanesimo (Solferino, 2019), Droga, storie che ci riguardano (Edizioni Gruppo Abele, 2020).

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