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Il mondo che avrete: antropologi riflettono sul dopo pandemia

Pistoia  – A causa del contesto pandemico in cui, dopo oltre un anno, siamo costretti a vivere e dell’incertezza sul futuro che da questo strettamente deriva, pare quanto mai opportuna la lettura de Il mondo che avrete, saggio pubblicato da UTET nell’ottobre 2020 e composto a sei mani dagli antropologi Marco Aime, Adriano Favole e Francesco Remotti.

Tra il gennaio e il febbraio del 2020 sono stati registrati in territorio italiano i primi casi di infezione dovuta al ceppo virale SARS-CoV-2, che hanno aggiunto un ulteriore tassello al già complesso quadro epidemiologico in corso, sviluppatosi nei mesi precedenti in Cina e in altri paesi asiatici.

Di fronte al dilagare del contagio, che ha presto assunto le dimensioni  di una vera e propria pandemia, le strutture ospedaliere si sono d’improvviso trovate a dover gestire individui in fin di vita, a cui non era concesso nemmeno l’estremo saluto ai propri cari, mentre l’intera popolazione italiana è stata repentinamente confinata in una drammatica condizione di quarantena dalla durata inizialmente ignota.

Il lockdown ha costituito una pausa forzata, una “sospensione” della società, privata per legge di attività produttive, incontri sociali e manifestazioni culturali.

Il concetto del “sospendere” è presente nelle società umane sin dall’antichità: teorizzato dal filosofo Pirrone di Elide (che individuò con il termine greco epochè la sospensione culturale del giudizio propedeutica al ragionamento scettico), fu applicato nella cultura ebraica – in particolare, in quello che viene definito “Shabbat della terra” – e praticato dai BaNande del Congo, nella cui cultura assume una funzione rituale.

Occorre tuttavia operare una distinzione tra sospensioni programmate, volte ad arrestare periodicamente le attività economiche per riequilibrare il rapporto tra uomo e natura, e il nostro lockdown, un’esperienza traumatica, che ha repentinamente interrotto il ritmo frenetico che ormai da secoli caratterizza il cammino umano.

A subire una brusca battuta d’arresto è stato dunque il mito del progresso infinito, ossia dell’eterno sviluppo di potenzialità illimitate, attuato attraverso un modus operandi che ha fortemente inciso sul nostro pianeta, dando vita a un’era dagli antropologi definita Antropocene.

Attraverso l’evocazione di immagini dal forte impatto emotivo e l’individuazione delle debolezze dell’essere umano nel suo rapporto con la natura (segnato da una profonda e viscerale hybris), gli autori intendono evidenziare come a comprometterne il delicato equilibrio non sia stato soltanto il Coronavirus, ma anche gli sconvolgimenti ambientali che il progresso stesso ha provocato.

In questo quadro dai tratti vagamente apocalittici, il pensiero antropologico si propone di gettare luce sull’acciecamento prodotto da questo mito e si fa portatore di testimonianze eterogenee – antiche e moderne – in grado di suggerire un confronto tra generazioni, nel tentativo di garantire ai giovani il futuro che spetta loro.

Da questo inedito accostamento tra passato e presente emergono i drammatici caratteri del futuro sulla Terra, che “non ci è stata lasciata in eredità dai nostri padri, ma ci è stata data in prestito dai nostri figli”, sulle spalle dei quali viene gettato uno sconcertante debito economico ed ecologico. L’unica via, secondo gli autori, pare quella di dar vita a una rivoluzione culturale volta a rifondare la convivenza con la natura.

Ne Il mondo che avrete i contenuti sono ben espressi, sebbene la trattazione possa risultare talvolta discontinua in virtù dell’eterogeneità dei tanti spunti di riflessione proposti.

È tuttavia possibile rilevare una continuità di tipo cronologico all’interno dei tre capitoli, poiché gli argomenti vengono affrontati in una prospettiva diacronica: partendo dal concetto greco di epochè e passando attraverso la pandemia e i cambiamenti che questa ha apportato alla socialità, si giunge infine al “mondo che avremo”, sezione del libro che lascia spazio a considerazioni relative al futuro del pianeta, secondo gli autori affidato alle giovani generazioni, poiché “forse è vero che il futuro ha un cuore antico, ma non può che avere – e deve avere – un’anima giovane”.

Le metodologie che gli autori ritengono consone a “non compromettere le condizioni di una permanenza illimitata dell’umanità sulla terra” potrebbero apparire velatamente utopiche; d’altro canto, come lo stesso Marco Aime ha sottolineato durante la presentazione della XII edizione di Pistoia – dialoghi sull’uomo, gli utopisti sono coloro che hanno visto il futuro prima degli altri: auspichiamo, dunque, che quella degli autori sia una capacità previsionale dai tratti profetici.

Clara Fraschetti, III Liceo Scientifico «E. Fermi», San Marcello Pistoiese

 

Il mondo che avrete, M. Aime, A. Favole, F. Remotti, UTET, 2020

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