energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

“Il popolo di Firenze e altre cronache” di Renzo Martinelli

Firenze – E’ cosa rara trovare un libro che sappia raccontare un soggetto corale senza perdersi nell’agiografia, controllando la commozione di chi ne fa parte, dell’affresco,  soprattutto quando il soggetto è così abituato a sentirsi narrare come il popolo fiorentino.

Un’operazione che non può essere fatta dal giornalista “puro”, testimone “nudo e crudo” (almeno per come era inteso nei tempi d’oro della professione), ma neppure dallo scrittore “puro”, la cui tendenza è appunto il “narrare” trasformando il narrato. L’impresa poteva essere assolta solo da qualcuno che avesse nella penna entrambi i talenti. Renzo Martinelli, nato nel 1888 a Firenze, giornalista e scrittore, parte e testimone dello stesso popolo di cui racconta, era il trait-d’union che poteva mettere in relazione cronaca e narrazione: cosa che puntualmente avviene in queste pagine riedite dall’editore fiorentino Angelo Pontecorboli. “Il popolo di Firenze e altre cronache” raccoglie gli scritti più significativi del celebre giornalista-scrittore: riflessioni, articoli, spunti autobiografici, ricordi. Il risultato, un insieme poliedrico che parla del popolo fiorentino, ma non solo, che inquadra una società colta in un momento di passaggio economico, culturale e sociale ma non solo,  che indugia su considerazioni di carattere sociale e esistenziale, ma non solo. Di fatto, ne esce fuori una “cronaca” che scansa da un lato i facili entusiasmi in cui si rischia di cadere parlando di Firenze e dei fiorentini (come dimenticare che Firenze  e il suo popolo ebbe un “cronista” d’eccezione sin dai primi del Trecento, Dino Compagni, autore di quella straordinaria Cronica che inventò e precorse il mestiere del cronista politico e sociale?…), dall’altro rende godibile un quadro che si allarga fino a contemplare storie che diventano archetipi universali.

Una cosa è certa: leggendo queste righe si ride e ci si commuove, anzi, spesso, mentre si asciugano gli occhi scappa, quasi di malavoglia, il sorriso. Perché, come dice, ed emerge dalla sua prosa, Martinelli, il fiorentino non è un tipo allegro: anzi. Davanti alle disgrazie della vita (e sono tante, anche a Firenze: basti ricordare quel passo dell’autore in cui si dice che nella sua memoria i tetti del centro storico sono sempre bagnati dalla pioggia; perché se non piove sempre fuori, tuttavia piove dentro quelle case) il fiorentino del Martinelli (e di Compagni, e di tutti quelli che hanno parlato di Firenze) getta la rabbia, la ribellione, nel motto, nello scherno, nella “cattiveria”: ed è quello che non si capisce, fuori, oltre Firenze, oltre la Toscana, nei salotti in cui essere fiorentino, scrive sempre Martinelli, suscita la curiosità di un motto di spirito, di una battuta pungente, come se si “dovesse” dimostrare qualcosa. Mentre non c’è proprio niente da dimostrare.

Infine, un’annotazione sulla scrittura: accattivante, confidenziale a tratti e in certi passaggi spietata. Magnifica la descrizione della notte del 25 luglio 1945, vissuta, come ricorda la prefazione di Pierfrancesco Listri, presso la redazione della Nazione. Forse un po’ ingenerosa, ricordando ciò che soffrì il popolo minuto di Firenze da parte della banda Carità o i rastrellamenti nel contado; tuttavia veritiera, per l’accento messo su chi il giorno prima si sgolava per il Duce e il giorno dopo aveva già cambiato casacca. Ma anche questo fa parte del gioco. Altro fantastico episodio, la morte della gallinella che, regalata a Renzo in veste di pulcino, era diventata la sua amica, cui lo legava un affetto infantile incondizionato, e il suo scontro con la crudeltà dell’esistenza: la gallinella sacrificata ai due avventori dell’osteria paterna. Ma anche l’episodio del treno, della contadina che si reca in visita al figlio ammalato, e che diventa oggetto di universale solidarietà da parte delle famiglie che in treno, si recano al mare. Non si può che sentirsi il groppo alla gola, e nello stesso tempo, sorridere. Anche se qualcosa, mentre si sorride, continua a mordere il cuore.

Questa visione ambivalente, che passa dalla comprensione alla tristezza alla risata (amara), Martinelli la improntò come marchio di fabbrica in tuttala sua produzione, anche per quella non cittadina. Non fu infatti un fiorentino che se ne stette dentro le mura della città: anzi. Affermatosi fra le due guerre come una delle grandi firme del giornalismo italiano, divenne corrispondente di guerra per la Nazione di Firenze nel corso della Grande Guerra del 1915-18. Inviato speciale, pubblicò importanti reportages dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’America Latina. Fu drammaturgo di successo, oltre a dare alla luce novelle, libri per l’infanzia, versi, e anche un romanzo, “Una notte di pioggia”. E tuttavia, per rendersi conto dell’humus che soggiace alle opere di Renzo Martinelli, non c’è nulla di più illuminante di questo libro, che si colloca alle basi del suo narrare. E della sua esistenza.

Print Friendly, PDF & Email
Translate »