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Joyce insolito: la favola del gatto e del diavolo

Firenze – Il terzo numero della collana della ETS “Papyngo”, la fiaba Il gatto e il diavolo  di Joyce (a cura di Franco Marucci, con le illustrazioni di Cristiano Coppi, Pisa, ETS, 2015, euro 9) conferma l’interesse e la specializzazione della collana pisana su testi inglesi brevi ed eccentrici, gioiellini e chicche, capricci e stravaganze di grandi autori a tutti familiari, ma per altri loro capolavori.

Dopo la volta di Doris Lessing e di Christina Rossetti è giunto da poco in libreria questo Joyce insolito, se non del tutto inimmaginabile, e di cui pochi sanno benché non sia inedito in italiano. Joyce favolista e quindi autore per fanciulli è destinato a suscitare sorpresa perché lo si sa per antonomasia scrittore per adulti, non solo per la difficoltà pazzesca del suo dettato ma per la scabrosità di certe scene e di certi monologhi appunto ‘vietati ai minori’.

Il perché di questo testo è presto detto: Joyce aveva un nipotino di 4 anni nel 1936, abitava in Francia da un quindicennio, e visitando una cittadina francese sulla Loira, che era lì solcata da un grande ponte ad archi, ci imbastì sopra questa favola, che poi scrisse in una lettera effettivamente recapitata al nipote. Come nota il curatore Marucci, dopo la morte di Joyce costituì una ghiotta pubblicazione abusiva e come non autorizzata dall’autore, e viene riedita in tutto il mondo a scadenze grosso modo decennali con il corredo di illustrazioni di solito molto pregevoli: qui si ammirano e gustano quelle del pistoiese Cristiano Coppi, che con fine e arguta tecnica collage ha saputo cogliere al volo alcune venature e allusioni interne al testo, lavorando a sua insaputa sulla stessa traccia del curatore: è cioè Joyce stesso il diavolo, quel diavolo che, diceva l’antropologia locale, aveva pattuito con il sindaco francese, un po’ vanesio e avaro, la costruzione del ponte in contraccambio della prima “anima” che lo avesse attraversato.

Gara di astuzia: il sindaco sguinzaglia un gatto e il diavolo all’altra estremità del ponte fa buon viso a cattivo gioco e lo prende amorevolmente con sé. Questo intreccio è, impensabilmente per un romanziere il cui titolo principale rasenta le mille pagine, sbrigato dentro ai confini di una pagina e mezza, ma leggere per credere: è infatti stipato in ogni riga di rinvii a raggera al mondo affettivo e immaginario di Joyce stesso, che nemmeno in questa letterina non destinata alla pubblicazione immediata cessava di intrecciare l’assoluto e il quotidiano.

Dunque un raccontino a doppio taglio, che stuzzica i fanciulli intelligenti, e non manca di essere pane per i denti anche dello specialista.

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