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La Chiesa nella Città: il coraggio di guardare i volti

Firenze – I volti si perdono in un anonimato senza sentimenti. Gli sguardi si confondono in una nebbia fatta di segni elettronici su schermi che impongono attenzione ed emozioni che durano un istante. L’essere umano è ora davvero “a una sola dimensione”, nel concetto di Herbert Marcuse.

E la città sta perdendo progressivamente la relazione tra i volti, nei quali “si trova racchiuso il segreto supremo della vita e anche il segreto supremo della città”. Perché, “il volto si presenta come alterità, opportunità sfida”.

Con parole dense e suggestive comincia l’ultimo libro di Giovanni MomigliLa Chiesa nella città”(Edizioni Ares), seconda riflessione del sacerdote fiorentino impegnato da sempre sul fronte dell’integrazione sulla crisi della città come comunità, dopo “La città plurale. Migrazioni, interazione, unità civica” del 2017.  Il suo intento è quello di sostenere l’impegno di Papa Francesco per il rinnovamento della Chiesa, cercando la definizione di una nuova pastorale per una comunità che si dissolve fra miasmi di odio, di esclusione e di rifiuto.

A 62 anni dalla pubblicazione di Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani, il libro di don Momigli si pone, perciò, nel solco di una grande tradizione di pensiero per ritrovare in condizioni sociologiche e antropologiche in rapida trasformazione la potenza del messaggio cristiano come propulsore di un’umanità aperta e solidale. “La tradizione è conservare il fuoco, non adorare le ceneri”, è l’ammonimento di Ludwig Wittgenstein che lo guida.

La città che come l’uomo “porta in sé stessa i germi della vita e i germi della distruzione” – scrive – è il luogo dove “quotidianamente si manifesta in modo evidente l’affermazione della società individualistica e post-moderna, che ha moltiplicato i non-luoghi, che ha reso instabili, o addirittura reciso, i vincoli comunitari e che ha annullato i riferimenti pratici e simbolici che alimentano identità condivise e progetti comuni”. Bisogna partire da questa consapevolezza per ritrovare i fondamenti che regolano la vita comune, dove non vi sono valori chiari e condivisi, frutto di un dinamico confronto tra le differenze.

Il punto centrale è percepire e rapportarsi alla pluralità “come condizione privilegiata per una vera e propria crescita personale e collettiva in quanto la diversità consente a ciascuno di capirsi più profondamente, perché obbliga alla riflessione”.

Momigli critica severamente il modo con il quale è stato affrontato finora il problema dell’immigrazione, che non è solo una questione di quantità di sbarchi. Si dovrebbe, afferma in uno dei capitoli più interessanti del volume, da una parte andare alla radice delle cause che portano tanta gente a lasciare il proprio paese e dall’altra rivedere l’intero sistema di accoglienza.

Tuttavia la questione centrale è ritrovare l’anima comune della città, la sua identità smarrita, la qualità delle relazioni per le quali non bastano gli interventi di rigenerazione e recupero urbanistico o la realizzazione della rete digitale dei progetti di “Smart City”. Cominciano dalla ricostruzione del tessuto relazionale della comunità, attraverso la possibilità di un tempo e di uno spazio comuni: dove le persone possano incontrarsi e condividere idee, speranze, delusioni, lotte.

Lo svuotamento della dimensione festiva rende più evidente il trionfo dell’individualismo e dell’economicismo: “L’aver intaccato il vissuto collettivo proprio della festa ha contribuito a indebolire anche il valore della comunità e il senso di appartenenza a essa e, viceversa, l’indebolimento del senso comunitario ha contribuito a svuotare la festa di molte sue potenzialità”, avverte.

La Chiesa dovrebbe allora ritrovare il senso e il valore della festa così come la politica dovrebbe riconsiderare il lavoro festivo in rapporto alla vita familiare e comunitaria. Di fronte alle città sempre più tecnologiche al centro resta la persona con la sua intrinseca socialità, la sua propensione comunitaria, al servizio della quale può svolgere un ruolo anche la tecnologia.

Dal punto di vista della costruzione di una cittadinanza attiva e responsabile, Momigli pensa a una capillare azione educativa alla dimensione relazionale e sociale che contribuisca a dare forma alla città attraverso la coscienza e il protagonismo dei suoi cittadini. Soprattutto chiede  una rinnovata cultura politica in grado di individuare e interpretare i nodi della complessità delle società attuali. Che rimetta al centro l’uomo e riscopra il concetto e la pratica di bene comune (“Sarebbe utile e auspicabile – dice – una full immersion formativa delle classi dirigenti”).

Il modello da seguire è la città di Papa Francesco, nella quale il cristiano deve sentirsi membro di una comunità: “Diventare popolo: un popolo plurale che sviluppa la cultura dell’incontro e cammina insieme, dove il senso di appartenenza coinvolge e responsabilizza, volgendo le diversità di ciascuno come risorsa per il bene di tutti”. Da qui l’appello pressante dell’autore a rivedere profondamente stili, ritmi e le stesse strutture della pastorale in un’ottica missionaria che deve coinvolgere tutti.

“Dio abita nella città – conclude don Momigli  –  Il volto di coloro che vivono nella città, particolarmente dei poveri e degli scartati interpella sempre. Le parole, anche le più vere, risultano vuote quando mancano la capacità, il coraggio e l’umiltà di guardare i volti”.

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