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La Pira, la guerra in Vietnam e la congiura dei falchi

Firenze –  Quel fascicolo del 30 dicembre 1965 del Borghese, quindicinale all’estrema destra dello schieramento della stampa italiana dell’epoca, ce l’ho ancora tra le carte che mi porto dietro da tanti anni. Non sono mai riuscito a buttarlo perché è un documento storico che insegna tante cose sul cinismo e la spietatezza con i quali viene combattuta la battaglia politica. Allora spettatore adolescente, non riuscirò mai a dimenticare quel giorno di conciliaboli, telefonate, volti accigliati, rabbia sorda, che seguirono alla pubblicazione di quel giornale.

Vi si riportava una presunta intervista  (peraltro già opportunamente anticipata alla stampa) che Gianna Preda, moglie del direttore Mario Tedeschi,  aveva fatto a Giorgio La Pira nei giorni in cui l’amministrazione Johnson assestò un colpo decisivo all’ultimo coraggioso tentativo di fermare l’escalation della guerra nel Vietnam.  Poche settimane prime, dal 19 ottobre al 14 novembre il Sindaco di Firenze accompagnato dal giovane professore di Meccanica razionale all’Università di Firenze, Mario Primicerio, era andato ad Hanoi per capire quali fossero i margini di disponibilità alla trattativa dei leader comunisti Ho Chi Minh e Pham Van Dong al di là delle campagne bellicistiche delle controparti della guerra fredda.

Quella che venne impropriamente chiamata intervista e che violava tutti i principi della lealtà e della correttezza giornalistica era in realtà un agguato, “un tradimento”, come racconta Primicerio: “Che il Professore, abilmente provocato – come probabile – abbia fatto esempi e dato giudizi su fatti e personaggi dell’attualità è possibile; ma è certo che pubblicarli estraendoli dal contesto e facendo passare per intervista ciò che altro non era che una conversazione informale è un chiaro esempio di malcostume giornalistico e di mancanza di deontologia professionale”.

Nel suo libro uscito in questi giorni a cura della Fondazione la Pira “Con La Pira in Viet Nam”, fa bene Primicerio a relegare nelle ultime pagine questa spregevole ricaduta della congiura dei falchi che portò al fallimento delle ultime speranze di porre fine a un conflitto che si sarebbe trascinato per altri otto anni con un’altissima perdita di vite umane e la distruzione inutile di denaro e risorse. Spregevole soprattutto perché quello del Borghese fu uno degli episodi di un regolamento politico con la sinistra Dc che puntava a screditare moralmente gli avversari. I lettori leggeranno i particolari della vicenda che portò alle dimissioni di Amintore Fanfani, ministro degli Esteri del governo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro.

Una ricaduta, si diceva, perché la fazione guerrafondaia dell’establishment americano aveva avuto buon gioco a far fallire la missione fiorentina con gli sperimentati strumenti della fuga di notizie, della pubblicazione di note e documenti  riservati con l’ipocrita giustificazione della “trasparenza” e, soprattutto, con il primo bombardamento dei B52 sulla centrale idroelettrica di Haiphong che copriva il 25% del fabbisogno di energia di Hanoi.

Tutto ciò è documentato con grande accuratezza e un’analisi oggettiva che non ci si aspetta da chi è stato protagonista. Sono passati 50 anni da quel viaggio e la distanza aiuta chi da scienziato è già predisposto a tenere conto di tutti i dati prima di esprimere un giudizio. La documentazione storica di archivio e la pubblicistica sull’episodio  sono passate attraverso un vaglio rigoroso, senza mai dare nulla per scontato o tirare delle conseguenze che non siano giustificate dalla premesse.

L’obiettivo principale dell’autore-protagonista è quello di dimostrare che quel viaggio in Viet Nam fu ben preparato, che le varie fasi della missione furono condotte con grande accortezza e professionalità, che i vietnamiti avevano accettato la Pira come messaggero privato per trasmettere una disponibilità alla trattativa, soprattutto senza porre come precondizione il ritiro delle truppe americane, che ufficialmente rappresentava l’ostacolo principale posto da Washington per tornare a Ginevra a riaprire i negoziati per trovare un assetto pacifico definitivo del paese asiatico.

Al di là della ricostruzione storica e dell’analisi dei documenti, il libro si raccomanda per il capitolo 4, il Diario di Viaggio, la trascrizione degli appunti presi giorno per giorno. E’ da queste note che  coloro che non hanno mai conosciuto il professor La Pira  possono avvicinarsi a quella personalità che non conosce malizia ma solo  la forza della speranza ispirata da un profondo spirito religioso. E’ questo che colpì un leader carismatico come Ho Chi Minh che aveva vinto due guerre e che avrebbe vinto anche la terza: “Il faut forcer l’aurore a naitre, en y croyant”, gli disse La Pira citando un verso di Edmond Ronstand.  “La barca della pace partirà se il cielo sarà sereno, cioè senza avvoltoi e senza fuoco”, telegrafò a Fanfani a conclusione del viaggio. Ma il cielo era tutt’altro che sereno.

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