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L’Agguato: racconto dell’ultimo massacro dei nazisti in fuga

Prato – “L’Agguato” è un romanzo storico scritto dal giornalista Ciro Becchimanzi per l’editore fiorentino “Jolly Roger” con l’intento di raccontare, attraverso un meticoloso lavoro delle fonti, ciò che accadde realmente nel settembre del 1944 a Figline di Prato quando 29 partigiani furono impiccati sotto l’arco di via Maggio dai nazisti ormai in fuga.

Era il 5 settembre quando i partigiani della Brigata Buricchi ricevettero l’ordine dal CLN di scendere a Prato perché le truppe alleate erano alle porte. Ma a pochi chilometri dalla città, vennero  attaccati dai tedeschi. E una trentina di uomini, quasi tutti giovanissimi, furono  catturati e poi impiccati  nel piccolo borgo di Figline.

Non si sa ancora se ci fu una soffiata di una spia che vendette quell’ordine segreto impartito dai capi del CLN o forse più semplicemente il comando partigiano non aveva scelto il percorso migliore per la discesa della Brigata su Prato. Fatto sta che alcuni sfollati furono costretti dai tedeschi ad assistere al massacro perché fosse lasciata ai posteri memoria della loro crudeltà.

Quello che accadde tra il 5 e il 6 settembre del ’44 è stato ricostruito da Becchimanzi attraverso i pochi scritti lasciati dai testimoni diretti ed indiretti di una delle tante stragi naziste in Toscana. E viene ricordata a Prato non solo nelle celebrazioni del 6 settembre (data di liberazione della città), ma essa si vive ogni giorno tra le stradine del piccolo borgo di Figline.

Per ammissione del suo autore, rivolgere lo sguardo a quel triste passato ha significato non solo soddisfare una sua curiosità, visto che lui con la sua famiglia appena arrivato a Prato, era il 1989, ha abitato a due passi dal luogo dell’eccidio, ma anche lasciare una testimonianza che spieghi il valore della Resistenza.

«La storia dei 29 partigiani impiccati a Figline nel settembre del ’44  – ha raccontato Becchimanzi – mi ha sempre incuriosito e appassionato. Come tanti pratesi, poi, ho quasi sempre partecipato alla fiaccolata del 6 settembre e lì, più volte, mi sono chiesto quanto si conoscesse  di quella strage, quanto i giovani sapessero di come si erano svolti i fatti, di come era, insomma, la città in quegli anni tragici della guerra e dell’occupazione nazifascista.

Cominciai quindi a cercare fonti, scritti e saggi storici: tra questi una vecchia pubblicazione del Comune di Prato, un piccolo opuscolo dal titolo “Come si muore per l’Italia libera”, che riportava la trascrizione di diari e racconti orali. Mi venne quindi l’idea di provarne a farne un breve romanzo, intrecciando diverse vicende di quei giorni, sempre con l’assillo di non eccedere in fantasia. Spero che questa mia velleità possa risultare utile a riaccendere i riflettori su quella strage, che fu il tragico epilogo di una rappresaglia crudele quanto inutile da parte di un esercito ormai sconfitto. Che possa, quanto meno incuriosire i giovani, in questi tempi così difficili, dove i valori come libertà e antifascismo, che altre generazioni avevano nel dna, sono messi in discussione, a volte oltraggiati e calpestati. Anche per questo ho voluto dedicare questo libro alla memoria di Lorenzo Orsetti, partigiano della libertà del terzo millennio. Voglio ringraziare – conclude – tutti coloro che hanno reso possibile la pubblicazione ed in particolare la Fondazione Museo della Deportazione e Resistenza, alla quale andrà parte dei ricavati delle vendite».

Il libro in uscita in questi giorni e proprio alla vigilia di un contrastato 25 aprile, contiene una introduzione del sindaco Matteo Biffoni:“Il valore di questo libro è  duplice. Da un lato offre la preziosa occasione di far conoscere soprattutto ai più giovani un pezzo importante della storia di Prato – e al contempo della storia italiana – riaccendendo l’attenzione sui fatti del 1945; dall’altro troviamo la capacità di dare risalto ai sentimenti, alle paure, alla forza di chi decise con fermezza da che parte stare, a costo di sacrifici personali e familiari incredibili. Non scelsero la via più facile, ma la più giusta.»

Ci sono anche due contributi storici. Il primo di Enrico Iozzelli, responsabile didattica Museo e Centro di Documentazione della Deportazione e della Resistenza di Prato: “Il lavoro di Ciro Becchimanzi – scrive – inizia da quel momento cruciale per la storia di Prato. Leggendolo, si rivivono da vicino le ultime fatidiche ore della lotta di liberazione nel centro laniero fino all’insediamento del primo sindaco della Prato libera, Dino Saccenti, rappresentante del CLN locale.

Al centro della narrazione il tragico episodio conclusivo della resistenza cittadina, l’impiccagione dei partigiani a Figline il 6 settembre 1944, ultimo giorno di occupazione. Nel testo viene posto l’accento sull’umanità di coloro che, in un momento estremamente complicato, scelsero la parte giusta e seppero dare la vita per i valori in cui credevano. Nelle pagine del racconto si evidenziando paure, incertezze, dubbi e speranze di quei geniali dilettanti che in selvaggia parata stavano andando a liberare la loro città, ma che trovarono la morte quando ormai l’obiettivo stava per essere raggiunto.»

Il secondo contributo è di Matteo Mazzoni, direttore Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea: “La guerra è stata un trauma per il Paese e per ciascuna persona che l’ha vissuta. Un monito sempre valido contro ogni forma di conflitto e contro le ideologie che la provocarono, tanto più necessario ora nel venir meno dei testimoni. Per questo oggi più che mai è importante ogni forma narrativa che riesca a trasmettere la drammatica realtà di quella guerra alle generazioni contemporanea, attraverso linguaggi diversi, ma accomunati dal rigore della ricerca e dal rispetto delle fonti, come ha fatto Ciro Becchimanzi con questo racconto»

Il volume contiene anche alcuni scatti del fotografo pratese Endrio Corrado e sarà presentato giovedì 25 aprile, alle ore 18, presso il Museo della Deportazione: insieme all’autore saranno presenti il sindaco Biffoni, la presidente della Fondazione Museo della Deportazione e Resistenza Aurora Castellani, Iozzelli e Mazzoni.

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