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Le parole dei rischi (molti) e delle opportunità del mondo nuovo

Firenze – Ci sono dei libri che hanno il carattere di un manuale di sopravvivenza in un mondo bombardato ogni giorno da migliaia di informazioni che arrivano al cittadino, senza alcuna gerarchizzazione né contestualizzazione. Tutte con lo stesso ingannevole grado di attendibilità. E’ difficile districarsi in questa giungla irta di pericoli di ogni genere, dove tutti paiono accordarsi per spremere non solo il portafoglio, ma anche quel minimo di consapevolezza di se stessi che ora appare un miraggio, anzi un ologramma.

Scusate il pistolotto da tipico esponente della generazione pre-social, come del resto lo sono le autrici, ma questo è il primo pensiero che viene in mente dopo aver letto “Cronache dal nuovo mondo” di Vanna Vannuccini e  Francesca Pedrazzi  (Mondadori), un intelligente vademecum per capire il mondo di oggi attraverso “le parole della nostra identità perduta”, l’occhiello della copertina.

Vademecum è comunque una definizione molto riduttiva per il viaggio attraverso il cambiamento di epoca che propongono le autrici. Il libro – avvertono – raccoglie “cronache da quattro continenti che come in un mosaico si ricollegano alle parole di oggi e possono darci una chiave di lettura per capire che cosa ci stia succedendo”.

Le parole sono le stazioni del viaggio. Alcune sono ormai entrate nel linguaggio corrente (algoritmo, selfie, avatar), altre stanno per entrare nei vocabolari (Bit rot, dibling, CRISPR), altre ancora sono parole il cui significato è cambiato negli ultimi tumultuosi anni (narrativa, impronta, sostenibilità, islamista).

Frammenti della semantica del nuovo mondo. Accanto a queste ci sono le parole della comunicazione che rappresentano gli strumenti attraverso i quali passano i nuovi significati (storytelling, instant journalism, fact-checking). Sono meno conosciute al di fuori della cerchia dei professionisti, ma cercano di mettere un po’ d’ordine nel caos informativo nel quale siamo immersi: “Avevamo creduto che i social media avrebbero reso il mondo più piccolo e diffuso la conoscenza – scrivono le autrici – e invece creano soltanto una polarizzazione che ostacola discussioni ragionevoli. Esprimiamo giudizi su argomenti di cui non sappiamo né capiamo nulla”.

La verità è separata dai fatti e l’immenso patrimonio informativo a disposizione di tutti instilla la falsa convinzione di tutto sapere e tutto potere. Su questa convinzione prosperano le Big Tech (Amazon, Google, Facebook, Alibaba etc.), gigantesche macchine che sfruttano i dati personali, i gusti, gli amici, le convinzioni, per venderli alla pubblicità. Il loro interesse è perciò quello di mantenerli inalterati nel tempo e il loro principale nemico diventa il senso critico.

Ciascun termine di questo vocabolario della post modernità è declinato attraverso interviste e citazioni da personaggi letterari, scrittori, politici, giornalisti, storici incontrati nel corso dell’esperienza internazionale delle due giornaliste. In particolare provengono dalla grande vitalità del mondo politico e culturale tedesco frequentato da entrambe, così come dalla lunga esperienza di analisi della realtà iraniana di Vanna Vannuccini.

Il lavoro parte dalla parola che descrive il nostro angosciante presente. Per declinare “pandemia”, le autrici hanno scelto un personaggio del romanzo “L’ultimo degli uomini” di Margaret Atwood, apologo della ribellione della natura contro il saccheggio quotidiano operato dall’uomo rappresentato oggi dal Covid-19. Il virus ha messo a nudo errori e fragilità dell’umanità. Avrà l’effetto di spingerla alla ricerca di un mondo migliore? Una risposta non è possibile darla, così come non si può dire che le prime timide mosse di Facebook e di Google per andare incontro alla domanda di trasparenza siano il segnale di una inversione di tendenza nello sfruttamento cinico e brutale dei big data (parola algoritmo).

Un’altra parola chiave è “identità”, concetto di cui si è appropriata l’industria della pubblicità “che ha diffuso in tutto il mondo l’idea che buono è ciò che è tipico, autentico, puro” e che per questo è diventata il cavallo di battaglia dei movimenti che si definiscono appunto identitari, cresciuti in tutta Europa in nome delle identità minacciate dall’incertezza delle regole, il disordine intellettuale, la convivenza e lo scambio tra i popoli, il dissesto economico e finanziario e i cataclismi climatici”.

La lettura procede affrontando la crisi del giornalismo  provocata anche dall’esplosione del fenomeno delle fake-news, le notizie false il cui effetto viene per rapidità e diffusione ingigantito dai  media digitali. Oggi i media – come ha scritto Hans Magnus Enzensberger – sono responsabili degli “analfabeti di secondo grado: sanno leggere e scrivere , ma non sanno più raccontare. Sono diventati spettatori, consumatori” (parola storytelling).

Alcuni dei capitoli permettono al lettore di avvicinare realtà di cui ha scarsa conoscenza in un panorama dell’informazione che resta molto in superficie rispetto a quanto sta accadendo in paesi come l’India, per esempio, dove il nazionalismo indù di Narendra Modi ha creato una situazione esplosiva nel rapporto fra le diverse etnie (parola revival).

In Algeria “paese di identità multiple, ricche e traumatizzanti”, dove l’islamismo e la cultura francese della passata colonizzazione non hanno mai trovato una pacificazione (parola islamista). O ancora in America latina, dove “i militari sembrano riacquistare un ruolo importante: “Sembra di ritornare agli anni Ottanta, quando i militari, sostenuti dagli stati uniti, ammazzarono migliaia di cittadini innocenti nella lotta contro la guerrilla. Se tornano alla ribalta è perché la corruzione e la cultura dell’impunità hanno portato la popolazione a una sfiducia totale nei confronti della classe politica e delle istituzioni democratiche” (parola default).

Il libro si chiude con la parola chiave del nostro futuro: intelligenza artificiale, “il petrolio del ventunesimo secolo” con il potenziale di rivoluzionare l’economia e la società. Nell’osservare quanto sta avvenendo in giro per il mondo, considerando le enormi possibilità anche militari che essa mette nelle mani di regimi autoritari, le autrici giungono a una conclusione pessimista: “Se mai qualcuno si era fatto l’illusione che le nuove tecnologie fossero la strada per la democratizzazione del mondo, avrà modo di ricredersi”.

 

 

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