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L’esodo dei caldei nel romanzo di Michele Brancale

“Cinghia stretta, mi raccomando” disse il Capo affidandomi l’incarico “Non siamo servi di nessuno, ma Ozal vuole capire cosa succede al confine…C’è movimento alla frontiera con l’Iraq.” E’ un dispaccio veloce con il quale Orhan, agente del Mit, i servizi segreti turchi, allevato da mussulmano ma di padre italiano e quindi più facilmente ricattabile, riceve l’ordine di seguire da vicino un’operazione di un’associazione italiana, la Hope International Committee che deve portare avanti il passaggio di un gruppo di caldei dal confine con l’Iraq, perché è bene non dimenticarlo “ I caldei possono scendere, ma alle nostre condizioni”.

Orhan è una figura chiave all’interno della spy-story “Esodo in ombra”, ultimo lavoro di Michele Brancale edito da Giuliano Ladolfi editore che l’autore ambienta all’epoca della guerra in Iraq, esattamente trenta anni fa, quando il conflitto con l’Iran è in pieno stallo e la fuga da parte dei cristiani iracheni, iniziata già prima della guerra, è sempre più frequente. Ristretti gli spazi di libertà, costretti a matrimoni misti e all’abiura della propria fede, secondo quanto stabilito dal partito laico , il Baath di Saddam, obbligati a combattere e talvolta per decine di anni, chi poteva tentava la carta della fuga attraverso le montagne del Kurdistan e da lì cercavano di raggiungere gli altri fratelli nella vicina Turchia, con la speranza di poter partire per il Canada o per altri paesi oltre l’Atlantico, in cerca di una nuova vita.

Una finestra aperta su una tragedia culminata nel 2014, quando la conquista di Mossul da parte dei jiadisti ha costretto alla fuga la comunità cristiana di Ninive con oltre duecentomila persone che hanno lasciato l’Iraq. Paolo e Filippo sono due giovani romani, folgorati da un discorso di Giovanni Paolo II sulle Chiese d’Oriente e di ritorno da un viaggio in Siria, sopravvivono al dirottamento dell’aereo in cui troverà la morte un medico che aveva aperto un ambulatorio a Karachi. Da quel momento la loro vita cambierà e in pochi anni riusciranno a tessere relazioni con i paesi del Medio Oriente e dare il loro sostegno alle minoranze in difficoltà. Quello che sulla carta avrebbe dovuto essere un intervento di pochi giorni diventa invece una trattativa di mesi che li porterà a contatto con le alte cariche istituzionali ma soprattutto con gli attori della complessa mediazione, padre Isaias e i caldei della diaspora Jules e Basil, Manuel, Jamila. Personaggi destinati ad entrare nel nostro cuore, con le loro storie di sofferenza e di diritti negati, la loro storia, dalle pagine di questo romanzo rappresenta il grido universale di una umanità in fuga dalla guerra.

La narrazione si svolge secondo le linee di una storia d’azione, una spy story, una storia di spionaggio, i capitoli scritti in un linguaggio secco ed essenziale scorrono velocemente come i fotogrammi di una pellicola del grande schermo. Tante scene che si succedono in velocità ma nelle quali sono condensati secoli di storia e di conflitti mai risolti in un’area geografica dove troviamo intrecciarsi le storie di tanti popoli diversi, armeni, turchi, curdi, iraniani, iracheni, caldei .

Un ritmo veloce che incalza, dettato per lo più dalle vicende della guerra in atto che condizionano inevitabilmente lo svolgimento dell’operazione di passaggio dei 150 e oltre caldei che sono stati respinti dai turchi e riportati in terra irachena, al confine sulle montagne, dove a far da interlocutore sono anche i contrabbandieri curdi. Un ritmo veloce che talvolta si sofferma e apre degli squarci che ci proiettano nella vita di alcuni personaggi che incontriamo in questo cammino, ne escono pagine di grande intensità letteraria sulle quali ritornare, pagine che danno un volto a coloro che nei bollettini quotidiani vengono indicati solo attraverso espressioni numeriche, pagine che ci avvicinano al dolore di personaggi che sono rappresentativi di una umanità costretta a fronteggiare le difficoltà della guerra.

Quella di “Esodo in ombra” è una lettura importante che non lascia indifferenti e che ci fa partecipi dei drammi delle popolazioni che fuggono dalla guerra, dalle ingiustizie e dalle barbarie dei regimi autoritari ma davanti a tanto orrore vuole lasciare anche un segno di speranza. Come i giovani della Hope, nel mondo sono in tanti a dare il sostegno ad azioni umanitarie ai vari livelli, portano avanti la loro missione lontano dai riflettori delle cronache ufficiali, senza avere nulla in cambio ma spesso mettendoci del proprio, con l’unico di desiderio di aver compiuto del bene per un fratello più sfortunato, tante gocce che insieme possono cambiare il mondo.

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