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Mishima postumo: Piccolo principe trafitto da una rosa

Pistoia – Il best-seller postumo di Mishima, finora inedito in Italia, è uscito recentemente per Feltrinelli nella sapiente traduzione di Giorgio Amitrano. 

Hanio, il protagonista di Vita in vendita di Yukio Mishima, sembrerebbe possedere, almeno in nuce, tutte le caratteristiche per essere felice: ha solo ventisette anni, occupa un’ottima posizione lavorativa come copywriter ed è dotato di un bell’aspetto, sano e vigoroso.

Eppure, nella sua testa, qualcosa si è rotto: la mancanza di significato che la sua esistenza – effimera, come del resto quella di tutti – ha fino a quel momento accuratamente celato, si epifanizza davanti ai suoi occhi, quasi kafkianamente, in lunghe file di scarafaggi che d’improvviso animano le pagine di un anonimo quotidiano sfogliato controvoglia, sostituendosi alle lettere.

La risposta del giovane protagonista è, potremmo dire, di stampo romantico, ingenua e quasi sentimentale: cerca una morte immediata e dolce, inghiottendo sonniferi alla maniera di Esther ne La campana di vetro di Sylvia Plath.

Il fallimento dell’exitus, segnato da un luminoso quanto freddo risveglio in un’asettica stanza d’ospedale, determina tuttavia in lui un radicale mutamento. In fondo Hanio è già uscito dalla vita e l’insuccesso materiale del gesto non gli impedisce di considerarla – pirandellianamente parlando – alla stregua di un’enorme pupazzata.

In questa sua nuova esistenza di non-morto, ove la forma pregressa si è infine dissolta, egli si immerge nel flusso della vita vendendola al migliore offerente, con l’ambivalenza di uno slancio che appare al tempo stesso eroico e dissolutorio.

Il senso di straniamento guida la sua consapevolezza verso una nuova lucidità interiore e quest’ultima, a sua volta, si trasforma in distacco dal mondo: «Quanto è vuota questa nuova vita! – afferma Hanio – È come una stanza senza mobili».  Anche lo spazio circostante, così come lo stesso cielo, sembrano piegarsi a questo nuovo modo di sopravvivere all’hic et nunc: «I giorni non si ripetevano più: ogni sera morivano. Lui riusciva chiaramente a vederli, in fila uno accanto all’altro come cadaveri di rane che mostrano la pancia bianca».

Nato per essere pubblicato su una rivista commerciale e dunque destinato a un pubblico ampio e dai gusti non certo raffinati, Vita in vendita segue la strada eclettica della spy story, del pulp e dei continui colpi di scena per soddisfare le esigenze dei lettori di Shukan Pureiboi (Playboy Weekly) come ben illustra Giorgio Amitrano nella ricca postfazione al testo.

Ciò non impedisce, tuttavia, che il ritmo indiavolato e a tratti surreale della narrazione lasci trapelare, – a guisa di una melodia che non nasconde, ma anzi esalta il ritmo di fondo – quello che appare a tutti gli effetti il cuore del romanzo, ossia il rapporto viscerale e inscindibile, come sempre del resto accade in Mishima, tra eros e thanatos.

Una vena solenne e mortuaria, carica di tensione erotica e pur velata a tratti da una malinconia quasi infantile nei confronti della vita che fugge, accompagna – come un adagio – l’intera quête di Hanio verso sorella morte, tra spinte di repulsione e desiderio incondizionato di resa.

Per stessa ammissione del narratore, Hanio è un piccolo principe nascosto nell’infimo albergo del mondo; sotto un maestoso cielo stellato, parzialmente avvolto nello smog di Tokyo, tende l’orecchio per cogliere «il fragore delle onde della metropoli di notte» e percepisce, proprio sotto quel cielo, l’imperscrutabilità della condizione umana. Per non meditare troppo a lungo sulla presunta mancanza di significato della vita, così come per non soccombere ai «denti affilati» della metropoli, Hanio consacra all’azione sfrenata ogni suo singolo giorno, sperando che in questo modo esso possa essere l’ultimo.

La delicata intimità che il protagonista ambisce a instaurare con la morte sembra evocare il morboso attaccamento di Charles Baudelaire alla Douleur di Recueillement: a fronte di un mondo gretto e servile, di una metropoli infernale, «piena di tentazioni e priva di soddisfazioni», il dissolversi nel nulla pare l’unico piacere possibile.

Eppure non manca, quale cifra dell’ambivalenza a cui prima si faceva riferimento, una sorta di rivalità sottesa, quasi di antagonismo nei confronti della nera signora. Hanio, come l’Antonius Bloch de Il settimo sigillo, gioca una solenne partita a scacchi con il fato: non si lascia morire né si lascia uccidere abdicando alla propria volontà, ma si rende protagonista del suo destino in ogni singola mossa.

E così, mentre intorno a lui è tutto un fluttuare di corpi che annegano, esplodono, bruciano, egli pare ogni volta uscire indenne e purificato dalla sua personale ordalia: «In fondo un cadavere è come una bottiglia di whisky che è caduta a terra rompendosi. – afferma laconicamente – È normale che ne fuoriesca il contenuto».

Il legame profondo tra passione carnale e morte si palesa magistralmente nelle tre figure femminili che, con lievi tocchi stilizzati, l’autore affianca ad Hanio: la florida Ruriko, ebbra di vita, del cui corpo straziato non resta che un inquietante burattino in abito di seta scarlatta, feticcio servizievole nelle mani del suo stesso carnefice; la madre di Kaoru, vampira che conduce Haino sull’orlo dell’ineffabile piacere di congedarsi dalla vita succhiandogli metodicamente il sangue con prassi quasi ospedaliera. E infine la giovane Reiko che, convinta di essere destinata alla follia, tenta invano di convincere Hanio a giacere con lui per sempre in una tomba di lussuria, trascinandolo in una progressiva spirale suicidaria. Di lei – prima che sparisca d’improvviso dal romanzo – non resta al lettore che un’indimenticabile immagine ardente, di lanterna viva, mentre danza in sottoveste color fuoco.

Ciascuna di queste creaturecosì sanguigne e avide di piacere nell’abbandonarsi al cupio dissolvi che visceralmente le possiede – avvince il protagonista con una forza seduttiva a cui quest’ultimo riesce comunque, seppur con estrema fatica, a sottrarsi.

Quando infine la vicenda, tra innumerevoli colpi di scena, giunge all’epilogo, Hanio si scopre suo malgrado vivo e attaccato alla vita: «Lui desiderava vivere, non c’era più dubbio». Tuttavia è proprio questo rinnovato slancio vitale a far percepire con dolore al protagonista il peso della propria diversità:

«Mi sta dicendo che le persone devono avere tutte un indirizzo ufficiale, una famiglia, moglie e figli e un’occupazione?» – chiede a un ispettore di polizia a cui sta cercando di chiarire la propria posizione – «Non sono io che lo dico. È il mondo» è l’inequivocabile risposta.

Ed ecco che il pianto finale, rivolto a un impassibile cielo stellato, mentre il baluginio di luci sfuma in un’unica stella lontana, segnala la definitiva condanna a un’esistenza terrena di esilio e solitudine. Rimane del resto un miraggio, per Hanio così come per Mishima, accettare la vita per quello che è: un lento scorrere verso la morte, un banchetto da cui alzarsi al momento richiesto, alla maniera di un convitato sazio. È forse per questo che osserva con invidia dolorosa i genitori di Reiko, marito e moglie che insieme intrecciano «i fili della loro morte con calma, prendendosi tutto il tempo necessario, come si lavora un maglione ai ferri, senza fretta, per prepararsi all’inverno che prima o poi arriverà».

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