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Napoleone III e l’Italia a 160 anni da Solferino

Firenze – Quando, alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza, il Granduca Leopoldo II, inaspettatamente (ma non troppo), abbandonò il trono di Firenze perché non voleva reprimere con le armi le dimostrazioni a favore della guerra a fianco del Piemonte, Cavour colse  al volo l’occasione per inviare in Toscana alcuni delegati di Vittorio Emanuele  II che prepararono l’annessione. Tanta tempestività fa ritenere che tale evenienza fosse stata preparata già da tempo.

La sorte gli fu propizia perché se Leopoldo II avesse resistito e se fossero intervenute le truppe francesi (che il 23 maggio sbarcarono a Livorno al comando di Napoleone  Girolamo ) sarebbe stato difficile impedire al cugino dell’imperatore d’insediarsi a Firenze e nei ducati.

il 28 aprile aprile il governo provvisorio della Toscana offrì la dittatura a Vittorio Emanuele II che, per il momento, non l’accettò ma inviò propri rappresentanti. Stava iniziando la seconda  guerra  d’indipendenza e le truppe di Napoleone III si preparavano a valicare le Alpi. Non era ancora il momento di ufficializzare uno strappo che, nei fatti, si era  già verificato. I francesi sostennero il maggior peso delle battaglie di  Magenta e di Solferino.

Napoleone III, impressionato dalle gravi perdite, dovette affrontare anche i malumori  dell’opinione pubblica e dei  suoi ministri, preoccupati che la Prussia, con 250mila uomini alla frontiera del Reno,  potesse approfittare  della situazione per  attaccare . Decise allora di porre fine alla guerra  ma è presumibile che il motivo principale del disimpegno fosse stato l’inatteso ampliamento del Piemonte determinato dall’annessione della Toscana,  che avrebbe modificato profondamente il quadro politico.

Infatti, gli accordi segreti di Plombières, prevedevano un assetto dell’Italia con un regno del Nord (fino all’appennino tosco emiliano) sotto i Savoia, un regno del Centro con Toscana.Umbria e Marche retto da Napoleone Girolamo, cugino di Napoleone III , lo Stato pontificio limitato solo al Lazio e il regno delle Due Sicilie.

In questo modo, la Francia avrebbe avuto un’influenza rilevante su tutta la Penisola.  Ma l’unione della Toscana al regno del  Nord sconvolgeva tale progetto.

Proprio in conseguenza di quanto era avvenuto in Toscana, ci fu una svolta nell’atteggiamento delle Francia sull’unificazione nazionale  in Italia.  Il 22 dicembre 1859, La Gueronnière,  stretto collaboratore di Napoleone III pubblicò l’opuscolo  Le Pape et le Congrès  nel quale proponeva di  restringere  il dominio del Papa alla sola città di Roma e accantonava l’idea di un regno dell’Italia centrale .

Questa presa di posizione, che si sapeva ispirata dall’imperatore, provocò il risentimento del ministro degli esteri Walewski, che si dimise e fu sostituito dal filo-italiano Thouvenel.

Tra l’altro, in occasione della spedizione dei Mille, Cavour chiese l’autorizzazione di Napoleone III  prima d’ inviare le truppe sabaude nell’Italia meridionale,    e non per un semplice passaggio nelle terre dello Stato pontificio, ma con l’occupazione dell’Umbria e delle Marche.

Concedendo il via libera, Napoleone III, anche se non era favorevole all’impresa garibaldina finì, di fatto per ratificarla e questo eliminò ogni possibilità d’intervento dell’Austria in quanto Vienna  non voleva certo un nuovo conflitto armato con la Francia.

Così, dopo l’impresa di Garibaldi, invece di un comodo Stato cuscinetto, la Francia vide nascere ai suoi confini sud-orientali un Regno di grandi dimensioni, quindi un potenziale rivale come effettivamente avvenne dopo una ventina d’anni quando, dopo il c.d. schiaffo di Tunisi del 1881, l’Italia stipulò la Triplice alleanza con Germania e Austria Ungheria, in funzione antifrancese.

Senza Napoleone III il processo risorgimentale non avrebbe preso avvio  perché il piccolo Piemonte, da  solo non avrebbe potuto misurarsi con l’Austria, come si era visto nel 1848-49. Eppure, fin da allora, questo contributo è stato minimizzato. Anzi, nei confronti dell’imperatore francese, dopo l’episodio di Mentana, si diffuse una recriminazione  che si è  consolidata nel tempo.

Franco Cardini è autore di un bel libro su Napoleone III pubblicato da Sellerio alcuni anni fa dopo aver realizzato una trasmissione  radiofonica in  dieci puntate  per RadioRAI .  In entrambe le occasioni  Cardini  ha  affrontato   aspetti  controversi  o poco conosciuti  di questo  personaggio storico   che  è valutato in modo  piuttosto negativo  sia in Italia che in Francia.  Eppure  ha avuto una parte importante  nel nostro Risorgimento  e  riuscì a riportare la  Francia  al centro dello scacchiere europeo anche in virtù del decollo  economico e sociale .

In occasione del 160 anniversario  della seconda guerra d’indipendenza proviamo  in questa intervista al Prof. Cardini a  sottolineare alcuni aspetti significativi   del secondo imperatore dei francesi.

Di Napoleone  III   si ricorda soprattutto la definizione di Victor Hugo Napoleone il piccolo …  Ma tu – hai    replicato  “non era mica un bischero“ . Perché?

Cardini Perché è stato sottovalutato e spesso ridicolizzato per quattro motivi fondamentali: 1. Il confronto con il suo Grande Zio; 2. Il suo comportamento durante la guerra franco-austriaca del ’59 visto sotto il prisma piemontese; 3. Il fatto che le sue ambizioni sono in ultima analisi fallite; 4 Il fatto che fosse ambizioso, vanitoso, vagamente ridicolo (gambe corte). Questi sono tutti aspetti esteriori, o secondari, o che non hanno a che fare con la sua personalità politica. Era uomo di grande cultura sia letteraria e storica, sia di varia origine; aveva un’ottima cultura classica, come dimostrò redigendo fra l’altro una bella piccola biografia  di Cesare. Appunto, “non era un bischero”. Per nulla.

Talora  l’imperatore francese viene anche definito nemico dell’ unità d’Italia. Sei d’accordo?

Cardini. Era un innamorato dell’Italia, conosceva le affinità fra italiani e francesi ed era fautore di un governo accentrato. Ma non amava i neogiacobini mazziniani e garibaldini, era un uomo d’ordine e non poteva consentire che i papi perdessero il potere temporale: i cattolici francesi, fra l’altro, non lo avrebbero mai perdonato.

Quali i veri motivi per cui in modo imprevisto stipulò l’ armistizio di Villafranca ?

Cardini  Voleva evitare il peggio:  il prolungarsi della guerra e una deriva sovrastrutturale verso formule repubblicane.

Difese il  potere  temporale dei Papi … eppure finì per  scontentare  anche  Pio  IX…    

Cardini Non aveva molta libertà di scelta ed era preso tra due fuochi.

Gueriot  ha  scritto che  si adirò perché i  piemontesi a  Magenta  arrivarono a battaglia già vinta…  ma era  vero o  Napoleone III si voleva attribuire i meriti della vittoria?

Cardini. Ne aveva obiettivamente molti

Foto: Franco Cardini

 

 

 

 

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