energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Origami, il fascino oscuro del Grand Guignol

Firenze – E’ difficile parlare di Origami, il romanzo scritto a quattro mani da Fabio Gimignani e Rosanna Franceschina , edito per i tipi di Porto Seguro, la nuova casa editrice fiorentina che sta mettendosi in mostra in questi ultimi tempi per una coraggiosa politica di “scoperta” degli inediti. Difficile perché si tratta di uno di quei libri che divori fino alla fine senza stanchezze, che ti mettono subito, sin dalle prime pagine, nello stato d’animo di chi si chiede: “Dove andrà a parare tutto ciò?”. Così, al di là della storia, forse un po’ troppo pretestuosa, o dei personaggi, forse un po’ troppo scontati, il ritmo della narrazione è talmente incalzante che non lascia tempo alla noia. Qualche lungaggine, forse, negli accenni di lirismo che affiora qua e là nel comprensibilissimo tentativo di dare ai due protagonisti anche qualche risvolto “umano” o di creare appigli su cui tentare almeno una spiegazione dei fatti che si stanno svolgendo.

Ma il fascino oscuro del libro, che appare evidente quando, chiuse le pagine, si resta un attimo pensosi per tentare di dare forma a ciò che si è letto, è davvero la sua atmosfera da Grand Guignol, che è tale in quanto, in realtà, non richiede spiegazioni o tentativi di introspezione. Ciò che viene messo in scena dai due autori, infatti, ha una sua cifra interpretativa dal giustamente citato serial televisivo americano Dexter, che mette in scena un improbabile serial killer votato al bene e alla punizione dei suoi simili; con la differenza che in Origami, ed è giusto dal momento che la letteratura può permettersi molto di più di quanto possa un serial televisivo che tutto sommato entra nelle case di tutta la gente, non c’è affatto una giustificazione per tutta la violenza che viene perpetrata gratuitamente, in tutto il libro.

No, perché non sono spiegazione i vari traumi infantili che i protagonisti a poco a poco discoprono con incursioni nei loro flash-back sulla propria infanzia. No, perché non giustifica nulla la necessità di nascondere le proprie tracce che a un certo punto rendono “inevitabili” i vari omicidi (ma non le modalità di esecuzione). In realtà, i due protagonisti e il loro stuolo di vittime non possono venire ne’ spiegati ne’ giustificati. Inutile anche il tentativo di dare forma a una specie di “superomismo” per cui c’è il predatore e il predato, in un’antropologia di primazia che serve a dare sfogo al delirio di onnipotenza di chi, per sentirsi sicuro, ha bisogno di uccidere, estremo tentativo di autoaffermazione. Alla fine, si rimane affascinati dall’orrore che può dare solo la visione della violenza ingiustificata e pura, quella che in un certo senso diventa catartica: è bene che esistano i “mostri” (alla latina: monstrum) perché ci dispensano dalla necessità di diventarlo.

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Translate »