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Renzo Martinelli, all’origine del corrispondente di guerra

Firenze –  Che cosa distingue il lavoro di Renzo Martinelli, corrispondente di guerra sulle montagne trentine e venete per la Nazione nel 1915, da quello di Peter Arnett, il giornalista della Cnn che mostrò dalla terrazza dell’Hotel Baghdad l’inizio della prima guerra del Golfo nel 1991? Sicuramente la tecnologia degli strumenti mediatici con quel dispositivo satellitare che permette alle troupe televisive di raccontare i fatti in “breaking news” , in tempo reale. Ma questa è l’unica vistosa differenza per il mestiere  di raccontare la guerra alla gente che se ne sta a casa, che è rimasto sostanzialmente immutato. Tranne forse che in occasione della guerra del Vietnam.

Lo spunto per ragionare su questo sensibile settore del  giornalismo viene offerto da un libro che raccoglie le corrispondenze di  Martinelli dal  fronte della prima guerra  mondiale al quotidiano fiorentino:  “Dietro la linea del fuoco”,  editore Le Lettere.  Si tratta di 28 articoli che coprono un arco di tempo che va dal 12 giugno 1915, cioè pochi giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, al 23 ottobre successivo, narrando  ciò che avveniva e come si stabilizzavano le linee di fuoco contrapposte: l’organizzazione, le trincee, i rifornimenti, la cattura di spie e prigionieri, le testimonianze dei soldati e quelle dei civili, i vari personaggi  più o meno all’altezza di quanto stava accadendo.

Il conflitto è appena cominciato, l’esercito italiano occupa facilmente molte posizione dei territori fino ad allora sotto amministrazione austriaca, i soldati del kaiser Francesco Giuseppe hanno raggiunto e fortificato posizioni più difendibili sulle alture. Cominciano a cadere le granate e le bombe degli obici, si contano i feriti e i prigionieri, mentre biplani  lanciano bombe sulle città venete più dimostrative che efficaci.

Essendo ancora giovanissima l’esperienza della prima guerra dell’età moderna, alle prime armi è anche il rapporto fra autorità militari e la stampa che comincia a essere presente con una delegazione sempre più numerosa e sempre più internazionale nelle zone delle operazioni.  Ed questo uno degli aspetti più interessanti delle corrispondenze di Martinelli che riporta con precisione l’evoluzione delle condizioni  nelle quali deve lavorare. All’inizio il generale comandante Luigi Cadorna aveva vietato alla stampa di avvicinarsi al fronte e i giornali erano autorizzati a pubblicare solo i bollettini ufficiali.

Così il giornalista della Nazione e i colleghi (fra i quali segnala Carlo Scarfoglio e Luigi Barzini) sono costretti a raccogliere “echi” della guerra intervistando profughi, civili e soldati che tornano nelle retrovie dando fondo a tutto il proprio talento letterario per catturare i lettori.  Fra i racconti veramente godibili di Martinelli ci sono quelli degli stratagemmi  architettai per poter avvicinarsi al fronte, per lo più scoperti dalla polizia militare, ma che gli permettono di aggiungere qualche episodio a quelli confezionati  dai formali ufficiali in grigio-verde.

Poi, finalmente, le autorità governative si rendono conto del  vero e proprio boomerang  psicologico rappresentato dagli spazi bianchi creati nelle pagine dei giornali dalla rigida censura militare che suscitano lo sconcerto sospettoso che ispira  al lettore l’eccessiva segretezza.  Così ai corrispondenti viene consegnato un salvacondotto grazie al quale non sono più costretti a darsi al “bracconaggio” delle notizie e diventano “enbedded”, come dicono oggi gli americani, sono cioè strutturati e tutelati dalle forze militari.

“Dunque c’è qualche lettore scontento. Si pretende che io nascondo la guerra vera, chissà mai per quale antico, nascosto rancore – scrive in settembre – Il nuovo salvacondotto ci ha aperto il passo. qui la faccia della guerra comincia ad essere un’altra.  Ma, chiedo scusa agli impazienti, non quella che si pretende. Non cariche di cavalieri, non cariche di fantaccini fra grida di entusiasmo bellico e luccichio di baionette, non campi insanguinati e grida di morenti e cumuli di cadaveri”.

Ma l’essere riconosciuti come reporter  è garanzia di maggiore quantità di informazione e, soprattutto di maggiore trasparenza e verità dei fatti? La risposta è molto dubitativa. Torniamo un momento a Peter Arnett che mostrava le scie luminose dei missili nei cieli di Baghdad. Quella notte i telespettatori  guardavano affascinati il tremendo spettacolo della guerra, ma sapevano veramente cosa stava avvenendo?

C’è un limite difficilmente sorpassabile per gli inviati sulla line del fuoco ed è il fatto che potranno raccontare solo quel pezzettino di guerra che viene loro fatto vedere dal reparto nel quale sono “enbedded”. Dunque “colore”, terrificante quanto si  voglia, ma colore, descrizione.

Quando, durante gli otto anni della guerra del Vietnam, i giornalisti furono lasciati liberi di andare e scrivere ciò che vedevano e ciò che volevano, ne venne fuori  un’epopea che fu un atto di accusa contro tutte le guerre e Richard Nixon è tra i tanti convinti che questa epopea cambiò l’opinione pubblica americana e fu dunque una delle cause principali della sconfitta.  Ronald Reagan ne prese atto e tenne fuori  giornalisti da Panama e Grenada. Ritornarono con la coalizione anti Saddam, ma tenuti accuratamente sotto controllo e vigilanza, al punto che ad Oriana Fallaci fu impedito di recarsi nella zona nella quale l’esercito irakeno aveva tentato un contrattacco.

In ogni caso gli inviati di guerra rischiano la vita in nome della libertà di informazione e sono sempre modelli di etica e deontologia professionali. Come Renzo Martinelli, che fu nel primo gruppo. 

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