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Scritti di Rosai: la prosa ribelle di un pittore fiorentino

Firenze – Una preziosa documentazione di prima mano per comprendere più a fondo la mentalità, spunti ideali e convincimenti di un artista la cui statura e “la cui rappresentatività nell’ambito delle arti figurative del nostro Novecento difficilmente potranno essere ormai messe in discussione”.

Si parla di Ottone Rosai artista fiorentino (1895 – 1957) terzo di quattro figli di un intagliatore, carattere forte e impulsivo che si cimentava anche con la penna. Tre sono i libri scritti e pubblicati da lui (Il libro di un teppista, 1919, Via Toscanella, 1930 e Dentro la guerra, 1934).

A cura di Giuseppe Nicoletti docente di letteratura italiana e autore di saggi e monografie critiche di autori degli ultimi due secoli, l’editore Polistampa ha pubblicato in queste settimane quello che il curatore definisce “il quarto libro” di Rosai, la raccolta degli Scritti dispersi, che ambisce a porsi con un carattere di ragionevole esaustività.

Il volume contiene anche un saggio del 1974 di Carlo Cordiè, insigne studioso della letteratura francese amico dell’artista fin dagli anni giovanili.  Cordiè avviò una vasta ricerca per raccogliere gli scritti che il pittore aveva pubblicato su quotidiani e riviste. La documentazione del suo lungo e meticoloso lavoro è servita a Nicoletti per ordinare e commentare gli scritti secondo i criteri cronologici e qualitativi utilizzati dallo studioso.

Uno dei motivi principali della pubblicistica di Rosai è rappresentato dal tentativo più volte riproposto di formulare le linee di una sorta di figura ideale dell’artista nel mondo contemporaneo”, scrive Nicoletti autore anche di una “storia breve di Ottone Rosai scrittore” che conclude la raccolta. Dalla tradizione artigianale della famiglia, ne viene fuori un ideale figura “d’artista anti-intellettuale cui Rosai tese per tutta la vita e alla quale dedicò alcun scritti fra i maggiori della raccolta”.

Dal punto di vista della scrittura l’italiano di Rosai – afferma ancora Nicoletti – “risente spesso di una sorta di matrice vernacola frutto di un insopprimibile conio popolaresco”. Ma anche questo era frutto del suo carattere ribelle e insofferente di fronte a ogni costrizione formale. La raccolta degli scritti, conclude il curatore, può dunque restituirci un’immagine di Ottone Rosai “sia dell’artista che dell’uomo, entrambi, come si sa, fortemente singolari, per non dire eccentrici e di certo irripetibili”.

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