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Shakespeare: la festa (e gli equivoci) della lingua governano il mondo

Firenze – Non ce ne rendiamo del tutto conto, ma William Shakespeare è parte vitale della nostra quotidianità, più di qualunque altro grande della letteratura mondiale. Lo incontriamo andando a un convegno di operatori di psicologia (Iago e il grumo mostruoso della natura umana) oppure leggendo il saggio di un esperto di “corporate image”: vi racconto perché il Bardo ha trasformato un re d’Inghilterra, né migliore né peggiore degli altri, nel male perfetto di Riccardo III. Ecco la risposta: è stata un grande operazione di immagine a favore dei Tudor, dinastia usurpatrice.

E, a proposito di Gloucester, è abbastanza ricorrente in periodi di crisi un titolo da settimanale economico: “l’inverno del nostro scontento”.  Senza dimenticare il saccheggio costante dei titoli più azzeccati: Tanto rumore per nulla, Tutto è bene quello che finisce bene, Fatiche d’amore perdute etc. etc. Nonché delle citazioni più famose delle quali esistono repertori molto consultati in numerosi siti web.

Il motivo profondo di questa nostra consuetudine shakespeariana ce lo hanno spiegato in tanti, fra cui per esempio, Harold Bloom lo studioso americano che lo ha riassunto in una semplice definizione: “Shakespeare ci ha inventato, senza di lui non avremmo visto noi stessi per ciò che siamo”.

In questi giorni è uscito un saggio che ci aiuta a comprendere la grandezza senza tempo del drammaturgo inglese a cavallo fra 500 e 600. Lo ha scritto Franco Marucci, docente di letteratura inglese presso le Università di Firenze, Siena e Venezia Ca’ Foscari impegnato nella realizzazione di una “Storia della Letteratura inglese” dalle origini a nostri giorni che consta di cinque volumi suddivisi in otto tomi, pubblicati dalla casa editrice Le Lettere di Firenze.

“Shakespeare” è il secondo tomo del primo volume che giunge fino al 1625, l’inizio del regno di Carlo I. Come spiega l’autore, si tratta di un’opera storiografica e dunque non di una monografia specialistica. Si tralasciano le grandi querelles fra critici ed esegeti per concentrarsi sulle opere, mettendole in un ordine spesso al di fuori delle attuali convenzioni, e individuando in esse  “i grandi agoni concettuali, dialettici, simbolici ed epistemici”.

Ne risulta una lettura che entra dentro i testi, smontandoli e rimontandoli, e dunque fa emergere l’autore in tutta la sua potente creatività, come un fiume in piena che travolge e ingloba la tradizione letteraria europea. Con un uso delle parole che rovescia e ci fa vedere il loro significato più intimo, quello che tocca i segreti delle coscienze.

Allora diventa chiaro perché Shakespeare con i suoi 38 drammi “ha inventato l’uomo”. Perché da quel secolo di fine Rinascimento, di guerre  di religione sanguinose, di diaspora dei puritani, di re con il cuore e la spada medievali che soffrono in un ruolo di semplici accidenti sulla strada di una transizione che pare non finire mai, lui è saltato direttamente a rappresentare i conflitti e i contrasti della modernità: la nascita della coscienza individuale, dei suoi limiti e delle sue responsabilità.

Per questo  non è tanto importante definire i generi delle sue opere, perché Shakespeare ha utilizzato e talvolta mescolato tutti i generi letterari: è storico, comico, tragico e romantico a un tempo perché a lui interessava “tutto ciò che fa parte della natura umana”, che congiura per portarlo a decidere del proprio destino.

Ma la parola chiave dell’interpretazione che Marucci dipana nel libro è comunicazione: “Avessimo potuto dare un sottotitolo a questo nostro volume per indicare dove batte il suo accento, avremmo scelto quello delle fenomenologie della comunicazione: cioè l’opera shakespeariana come grande festa della lingua, ma insieme come illustrazione dell’inquinarsi delle informazioni, della genesi della commedia e soprattutto della tragedia a causa dell’equivoco”.

In questa ottica riveste un ruolo chiave, per esempio, Il Sogno di una notte di mezza estate, dove fra incantati e disincantati “si rasenta e anticipa il novecentesco caos e quindi la crisi della  comunicazione linguistica interpersonale”.

Il saggio di Marucci propone un doppio piano di lettura, sottolineato dal diverso corpo del testo: il percorso in corpo più grande e l’approfondimento intercalato in corpo più piccolo. Per tutti noi, mai sazi di rivivere la sorpresa che ogni volta suscitano le opere del Bardo che svela in versi i segreti della natura umana, è un libro da tenere sempre a portata di mano.

 

 

 

 

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