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Spalanni e il Casentino, terra riscaldata da un’umanità forte e coraggiosa

Firenze – Ascoltate le mille voci di questa terra: racconti, memoria, vita vissuta con pienezza. Questi tempi  difficili nei quali il virus invisibile sconquassa la condivisione delle esperienze e la vicinanza dell’amicizia e della comprensione reciproca producono anche testimonianze come quella di Silvia Tarani, nata a Spalanni in Casentino già insegnante di lettere a Firenze.

Silvia ha scritto un libro, uscito nell’agosto scorso, dal titolo “Camminando fra la storia e le storie” (Edizioni Helicon) che è una pietra di una collana preziosa che, vista nel suo insieme, rappresenta il grande compendio dell’esperienza della generazione del dopoguerra. Quella che ha conosciuto le tragedie del novecento attraverso i racconti di nonni e genitori e ne ha fatto un bagaglio di valori e sentimenti che l’hanno accompagnata attraverso i decenni di grandi mutamenti avvenuti nella società italiana.

Protagonista del racconto è il Casentino e la sua antica tradizione di forte identità e attaccamento ai valori di dignità individuale e solidarietà sociale che hanno fatto la forza di questo territorio fin da quando riuscirono a cacciare i feudatari dispotici e sfruttatori, i conti Guidi, per scegliere la protezione di Firenze con tutte le novità che la città del Giglio stava portando nel cammino della civiltà occidentale.

Così la microstoria di Spalanni, dei campi coltivati, dei boschi, delle case solide come le anime di chi le abita, diventa il punto di partenza di un viaggio che porta il lettore attraverso le vicende della famiglia, le personalità che la compongono (le storie) e le più grandi vicende della storia che loro affrontano con la forza del lavoro, degli ideali, degli affetti, del riferimento agli uomini che nello scorrere dei secoli l’hanno fecondata con la fede, il coraggio, il rispetto della natura. Come il padre Antonio Buffaldini che riuscì per un momenti a fermare la crudeltà dei nazisti in fuga.

“Storie attaccate alla terra – scrive l’autrice – una terra aspra, difficile da lavorare, ma riscaldata da un’umanità capace di condividere, di sorridere, di assecondare la natura, imparando da essa ad aspettare operando il tempo buono per la semina ed il raccolto e quello sereno dopo le tempeste della vita”.

Personaggi scolpiti in rilievo in quel paesaggio montano, la cui integrità hanno preservato senza cedere alle lusinghe del falso progresso, con parole dettate dall’amore e dalla felice malinconia del ricordo. “Persone che hanno trascorso un’esistenza solo apparentemente anonima, ma nella quale hanno dato prova di possedere il coraggio e la volontà indispensabile per affrontare le tragiche vicende del secolo scorso”.

Come il padre Fernando che proseguiva la tradizione di una famiglia di muratori, la zia Rosina “l’affabulatrice generosa”,  o Nonna Bianca, con il suo “lessico fatto di parole perdute”, dalle mani nodose di contadina che ha vissuto la povertà e il duro lavoro, quando gli uomini furono chiamati al fronte, la vergogna dell’analfabetismo, l’oscurantismo fascista e la ferocia delle truppe d’occupazione tedesche con il tragico strascico di stragi e violenze.

Le donne in Casentino si erano conquistate una assoluta parità relazionale “lavorando nei campi accanto agli uomini, perché non potevano certo permettersi il lusso di occuparsi solo della casa e dei figli”, nota orgogliosamente l’autrice.

“Guardando al nostro recente passato possiamo meglio osservare i segni lasciati dalla “grande storia” sull’esistenza della gente comune -ancora Silvia Tarani – Seguire le vicende di Rosa, Marinella, Armando, Guido e di tutti quei semplici contadini, artigiani, poi loro malgrado anche migranti e soldati, significa guardare la Storia in modo diverso, spostando cioè l’attenzione dalla mano che dall’alto lancia il sasso, alla distesa d’acqua sottostante in cui quel macigno è caduto”.

Gli ultimi abitanti se ne sono andati negli anni 70 e Spalanni ora è  “un guscio vuoto”, ma le voci e i gesti familiari risuonano ancora nel cuore dell’autrice come sicuramente in tutti coloro che vanno da quelle parti con animo sincero e disposto all’ascolto. Perché molto può dire al visitatore un territorio così profondamente segnato dalla storia.

Il sentimento caldo e diretto che guida Silvia Tarani in questo viaggio che non è un ritorno ma un esplicitare ciò che ha portato dentro di sé per tutta la sua esistenza, si esprime anche nella struttura del libro che alterna il racconto con la poesia: un canto che usa i versi di Dante, quelli di altri poeti del novecento, o stupendi testi popolari (Canzone del carbonaio) o anche con proprie composizioni che paiono come sgorgare dalla sorgente del ricordo, in perfetta continuità con il ritmo della narrazione e l’urgenza dei sentimenti (su tutte la poesia dedicata a Spalanni) o impressioni come Mistero: “E’ il non detto.  Il tassello che manca – Quello che riluce un attimo in uno sguardo intrigante in un trattenuto sorriso – Delle cose è l’anima – della nostra immaginazione è sostanza”.

E’ un libro dunque tutto da gustare, da sentirne il profumo: “Questa storia minore, che in realtà minore non è, se non per le dimensioni delle comunità che l’hanno fatta, ha innanzitutto il profumo e il sapore del pane condiviso”.

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