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Stanze e Segreti: il “doppio sogno” di Luigi Settembrini

Firenze – Non esiste un confine chiaro fra ciò che è autobiografia e ciò che è finzione letteraria, così come non esiste un confine certo fra sogno e realtà e soprattutto fra coscienza e persona, ciò che si indossa e si diventa nella relazione con gli altri.

La capacità di tradurre questa zona d’ombra in racconto che alterna l’ininterrotto flusso interiore di chi prima di tutto cerca di capire il mistero dell’identità umana con personaggi modellati sull’esperienza concreta e fatti oggettivi di vita e carriera professionale è quanto rende interessante e, in alcune parti, appassionante, il romanzo di Luigi SettembriniStanze e segreti – Memorie di un seduttore incerto” pubblicato dall’editore Albatros di Roma.

Del resto Settembrini è maestro riconosciuto di contaminazioni creative, ideatore e realizzatore di manifestazioni culturali, come la Biennale di Firenze (Il Tempo e la Moda, 1997) nella quale è riuscito nel miracolo di aprire l’alta cultura della conservazione e del museo al vento della modernità dell’arte contemporanea e della moda o la Bienal de las Artes El Mundo Nuevo di Valencia, della quale ha diretto le prime tre edizioni.

Di questi progetti, dei concetti che li hanno animati e degli artisti (e dei grandi sarto e stilisti) che li hanno valorizzati si parla nella seconda delle tre parti nelle quali è diviso il volume. In particolare l’esperienza fiorentina di un milanese cosmopolita che ha vissuto fra Milano, New YorK, Città del Messico e Parigi, per la sua difficoltà ma anche per la sua spettacolare anomalia in una città che negli anni 90 era ancora molto ingessata nello snobismo provinciale.

Un successo straordinario: più di un milione di visitatori in tre mesi per sette mostre:  “L’essere di fatto una sorta di laboratorio della contaminazione ad altissimo livello – scrive Settembrini – aveva sollecitato il forte interesse dei maggiori protagonisti dell’arte, della moda, dell’architettura, del design, del pensiero internazionale”. L’amarezza più grande è stata per lui il fatto che i fiorentini decisero di non replicare la biennale per ragioni esclusivamente economiche, nonostante che Firenze “fosse stata trasformata da capitale del passato remoto in centro della novità, della curiosità, della contaminazione, del progetto”.

Da un altro successo espositivo Settembrini prende ispirazione per il titolo del suo libro: Stanze e Segreti è stato il titolo delle mostre ideate e realizzate in occasione del Salone Internazionale del Mobile di Milano (aprile 2000): “Mostre in cui chiedere ai maggiori interpreti dei diversi linguaggi contemporanei – dall’arte alla musica al cinema alla moda alla fotografia  alla letteratura – di confrontarsi con metafore, idee, concetti riconducibili, nel bene oppure anche nel male al territorio domestico”.

Al di là dell’orgoglio per i risultati dell’attività professionale, tuttavia, e al di là delle personalità del mondo dell’arte, della moda e della cultura (Rivetti, Versace, Pucci, Valentino, David Bowie, Roy Lichtenstein, Damien Hirst e tanti altri) che vi sono citati, il romanzo di Settembrini scritto in terza persona – per sottolineare che storie e personaggi  (soprattutto le vicende sentimentali) sono frutto di fantasia – si raccomanda per motivi prettamente letterari.

Lo stile rapido e piacevole, intanto, ricco di espressioni che colgono il meglio degli idiomi e dei dialetti da lui frequentati in una vita da nomade. L’autore mette a frutto le buone letture di una educazione severa e attenta alla qualità di una famiglia dell’alta borghesia milanese filtrandole attraverso la pratica di giornalista e di comunicatore.

Soprattutto colpisce una straordinaria capacità di tradurre in immagini, metafore e personaggi il viaggio introspettivo, alla ricerca del senso di una vita dedicata soprattutto a capire gli uomini, i loro gusti, le loro debolezze e la loro insoddisfatta nostalgia della bellezza, in qualunque modo essa si manifesti: negli oggetti, nelle relazioni, nella cultura e nell’arte. Nel profumo di una donna.

Alla comprensione di questo filo narrativo ci guida la fotografia di copertina. Dove un bambino (l’autore) muove nelle acque di Forte dei Marmi un maestoso tre alberi, un giocattolo di lusso. Il suo sguardo mostra da una parte la consapevolezza di maneggiare un oggetto che tutti i coetanei gli invidiano. Dall’altra però, si rivela una punta di imbarazzo  dalla posa assunta per la fotografia: quel veliero non è suo. Ha avuto l’autorizzazione a provarlo dal suo ricchissimo amico del cuore.

“Lui, nascosto dietro il vascello, sorrideva e il sorriso era di felicità, la felicità di potersi illudere che quel sogno fosse reale. Ma lo sguardo era di malinconia, la malinconia di chi sa quanto quel sogno fosse invece una chimera. Una finzione, una messa in scena”.

Coltivare i propri sogni come se fossero veri, seguendo l’insegnamento di Arthur Schnitzler, lo scrittore “sublime” che informa e condiziona l’opera di Settembrini. Sognare per  Carlino, l’alter ego dell’autore, era “un modo di vivere il doppio, anzi di avere una doppia vita”. Forse questa capacità di vivere contemporaneamente il sogno e la brutale realtà dell’esistenza, grazie anche a un’intelligenza veloce e penetrante, gli ha impedito “vera profondità, autentica conoscenza, grandezza”, ma gli ha comunque concesso di assaporare il gusto della vita.

E di scrivere à la Schnitzler di Doppio Sogno una prima parte del romanzo di assoluta qualità letteraria.

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