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Storia e fiction: il naufragio dell’Arandora nel romanzo di Caterina Soffici

Firenze – Alla fine della lettura, il titolo sembra una vera e propria dichiarazione di intenti della sua autrice: “Nessuno può fermarmi”, primo romanzo della giornalista fiorentina Caterina Soffici pubblicato da Feltrinelli promette all’autrice per impegno, qualità e scrittura una fortunata carriera letteraria, oltre a quella professionale nella quale si è distinta.

E’ uno dei protagonisti, Bartolomeo Berni, studente di filosofia, a lasciarsi andare all’entusiasmo con quella frase che chiude il romanzo e ne ha ben donde: ha appena scoperto la verità sulla sorte del nonno coinvolto in uno degli episodi della seconda guerra mondiale che finora erano rimasti meno conosciuti. Solo l’inizio dell’immane tragedia di sangue e di distruzione.

Il 2 luglio 1940 il transatlantico inglese Arandora Star fu affondato da un sottomarino tedesco a trecento miglia dalla costa occidentale dell’Irlanda. A bordo c’erano circa 1.500 internati tedeschi e italiani che venivano portati in un campo di prigionia in Canada. Le fonti ufficiali della Marina britannica parlano di 446 cittadini italiani inghiottiti dalle acque dell’oceano, ma con ogni probabilità furono molti di più.

Per settimane il mare spinse corpi verso le coste dell’isola scozzese di Colonsay ai quali gli abitanti davano sepoltura dopo avere cercato, per lo più invano, di identificarli.

Il naufragio dell’ex fiore all’occhiello della flotta britannica da crociera trasformato in nave-prigione è al centro della ricostruzione storica che l’autrice ha compiuto con un minuzioso lavoro di ricerca d’archivio e di interviste agli eredi di coloro che ne furono testimoni diretti.  Ed è questo il primo dei tre fili che si dipanano attraverso le 250 pagine del romanzo.

Il secondo è ancora un’opera di ricostruzione e rappresentazione della vita nel quartiere di Londra nel quale, al momento della dichiarazione di guerra di Mussolini alla Gran Bretagna e alla Francia del 10 giugno 1940, viveva la comunità italiana: una Little Italy londinese che nei mesi successivi fu quasi totalmente distrutta dalle bombe tedesche.

Su questo sfondo si svolge la trama del romanzo narrata in prima persona dai tre protagonisti: Florence Willis, fidanzata inglese di un giovane immigrato italiano; il soldato inglese che aveva sorvegliato gli internati sull’Arandora e Bartolomeo Berni, il giovane che si improvvisa investigatore quando trova per caso una lettera che racconta una verità diversa da quella che si tramanda in famiglia. Ognuno di loro ha un ruolo narrante fondamentale nel riannodare insieme fiction e storia, psicologia e realtà, ambiente fisico e immagini della probabilità e della verosimiglianza.

Caterina Soffici è riuscita a dominare perfettamente i tre piani narrativi sia dal punto di vista della psicologia dei personaggi e della credibilità dei loro sentimenti e delle loro emozioni, sia da quello della descrizione degli ambienti fisici, degli edifici di Little Italy, dello squallore disumano dei campi di internamento, come del lussuoso arredamento della nave ferita a morte da un siluro tedesco. Soprattutto la terribile scena dell’affondamento con la quale si apre il romanzo.

Grazie alla sua  capacità narrativa, frutto della sua esperienza di reporter, l’autrice trasmette al lettore, con una sofferta partecipazione, il tema fondamentale di ciò che accade quando l’odio cancella i valori umani fondamentali. Tra le migliori del libro sono le pagine sull’impatto che la dichiarazione di guerra produce sulle due comunità, quella italiana e quella inglese, fino a quel momento in pacifica e solidale convivenza.

La reazione al “tradimento italiano”  si concretizza  immediatamente in aggressioni, violenze e anche la decisione del governo di arrestare e internare tutti i maschi italiani, senza distinzione alcuna –  fascisti, antifascisti, ebrei, rifugiati, immigrati da anni nel Regno Unito  – nel timore di una quinta colonna di spie e di guastatori pronti ad agevolare l’aggressione hitleriana. “Collar the lot”, prendeteli per la collottola, fu l’ordine che dette Churchill dopo il discorso di Mussolini.

Fu una reazione dettata anche dalla disperazione nel trovarsi da soli contro l’Europa dei dittatori, dopo la rotta di Dunkerque, che gli inglesi riuscirono nei mesi successivi a razionalizzare distinguendo il nemico dal perseguitato.  Un giorno fu chiesto a Heinrich Boell che cosa lo aveva più colpito nel profondo fino a cambiare la sua visione del mondo: il giorno dopo che Hitler aveva preso il potere – rispose – quando il vicino di casa che il giorno prima ti salutava amichevolmente ora ti guarda con freddezza e ostilità. La tua sola presenza lo compromette.

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