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Un gesuita a Scampia: l’umanità dolente di un prete educatore

Firenze – Il riferimento storico non solo è pertinente, ma mette anche in luce per contrasto le sfide di questo cambiamento d’epoca così drammaticamente segnalato da Papa Francesco. Sessant’anni fa, nel 1958,  don Lorenzo Milani pubblicò le Esperienze pastorali che raccontavano di un’Italia povera che chiedeva conoscenza e istruzione per uscire dallo stato di minorità dopo che la tempesta distruttiva della guerra aveva ancora di più approfondito disuguaglianza e ingiustizia sociale.

Su quella stessa lunghezza d’onda in questi mesi è uscito per le Edizioni Dehoniane di Bologna (EDB) il libro “Un gesuita a Scampia”, racconto di un’esperienza pastorale dei nostri tempi in una delle periferie più degradate d’Italia, il territorio di frontiera dove la camorra contende allo stato il controllo sull’economia e le coscienze. Dove la più grave crisi economica del dopoguerra ha contribuito a creare una disoccupazione al 70%, condizione ideale per il reclutamento di manovalanza per il crimine organizzato che prospera sul traffico di droga e il riciclaggio di denaro sporco. Al punto che Scampia è stata trasformata in un “mostro mediatico” in una sorta di Bronx o di Far West italiano dovince la violenza, la sopraffazione e la lotta fra bande.

In questo contesto di sofferenza e fragilità nel 2001 comincia la sua missione il padre gesuita Fabrizio Valletti. Raggiunge una comunità di gesuiti che da più di venti anni erano impegnati nel progetto Scampia, una delle esperienze promosse dal generale della Compagnia di Gesù Pedro Arrupe: “Insieme a un impegno di diffusione del vangelo e di creazione di comunità cristiane si andavano consolidando esperienze che, partendo dall’urgenza di promuovere nella popolazione più povera e deprivata una formazione che partisse dall’alfabetizzazione per poi giungere alla crescita della coscienza civile, puntavano al raggiungimento di un’autonomia culturale, via maestra per la crescita della dignità personale”, spiega  l’autore.

Valletti aveva il profilo e le esperienze giusti per questa missione, proprio perché aveva vissuto da giovane prete insegnante ed educatore, a Firenze e a Livorno, il fervore rinnovatore degli anni Sessanta e Settanta a contatto con don Milani e Giorgio La Pira, con la scuola di Corea di don Alfredo Nesi, e poi a Bologna al Centro Poggeschi che “prevedeva una formazione integrata tra fede, cultura e giustizia sociale”.

La comunità dei gesuiti vive in un condominio di undici piani, il Lotto P abitato da 350 famiglie, circondato dal nulla urbanistico, senza servizi né spazi per la socializzazione, segnato all’ingresso da un tappeto di siringhe, perché siamo in uno degli snodi del terzo supermercato della droga d’Italia: “un girone del dolore”. Stare a contatto con la gente è una scelta indispensabile per potersi immergere nei problemi e nelle sofferenze anche dei più poveri.

Padre Fabrizio incontra quell’umanità dolente e abbandonata, esposta ai ricatti e alle lusinghe del sistema criminale, che in assenza di istituzioni e di imprese coraggiose, appare l’unica risorsa per procurarsi il necessario per vivere. Un’umanità che vive ai margini di una “Napoli lontanissima” e  che cerca di sopravvivere fra il degrado del suo ambiente e l’ombra del carcere, un passaggio ordinario per i giovani arruolati dalla camorra.

Con precisione e passione, Valletti racconta della sua attività didattica, della fondazione di scuole per i ragazzi, dei corsi di formazione professionale per i più grandi, del fiorire di iniziative culturali e educative di ogni genere per combattere la piaga della dispersione scolastica e per creare una cultura del lavoro quasi del tutto assente che è una delle cause della disaffezione alla legalità.

Colpisce il lettore il lungo elenco dei gruppi, delle iniziative di volontari, dei progetti per assicurare alla gente del quartiere un impegno formativo e lavorativo, che negli anni intervengono accanto al lavoro dei religiosi, presenze che hanno fatto del quartiere “un laboratorio diffuso di riscatto sociale”. “Questo tessuto – scrive – non ha ancora la forza e i mezzi per contrastare in modo significativo l’azione perversa della camorra e della sua organizzazione criminale, ma di certo può contribuire a far vivere alla popolazione che si riesce a coinvolgere un’esperienza che ha sapore di libertà e di rispetto della legge”. Ma intanto si è diradata la cortina di quell’immagine di Scampia solo negativa, scandalosa e quasi terroristica, condivisa dagli stessi napoletani.

Questa ’esperienza pastorale gli ha permesso di metter a fuoco un percorso pedagogico e pastorale che ha chiamato “piedi, cuore, testa, mani”. “Partendo dai piedi è possibile incontrare e immergersi nella realtà, per poi commuoversi con cuore aperto , soprattutto di fronte alle sofferenze e alle ingiustizie; ecco allora che nella testa fiorisce il desiderio che ci spinge a studiare e progettare processi di cambiamento; con mani attive, oneste e aperte alla collaborazione, si potranno allora attuare progetto efficaci e innovativi”.

A ripercorrere i quindici anni di impegno a Scampia, Valletti prova un senso di consolazione. Perché “il tempo ha dato un significato positivo a tutte quelle iniziative che ho sentito urgente e necessario realizzare” e perché le esperienze come la sua sono diventate il cuore del messaggio di Papa Francesco: un invito a “uscire”, a condividere con i poveri , a cercare nella gioia del Vangelo l’incontro con chiunque”.

 

 

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